Cosa osereste fare se aveste la certezza di non fallire nell'impresa?

Siate gentili coi nerd, i secchioni. Anzi, oserei anche aggiungere, che se non c’è già un nerd nella vostra vita dovreste procurarvelo. Così, giusto un’idea. Scienziati e ingegneri cambiano il mondo. Io vorrei parlarvi di un luogo magico chiamato DARPA, nel quale scienziati e ingegneri sfidano l’impossibile e si rifiutano di temere di non riuscire. Questi due concetti sono più vicini di quanto possiate pensare, perché quando si elimina la paura del fallimento le cose impossibili tutt’a un tratto divengono possibili.

Se volete sapere come, ponetevi questa domanda: “Cosa provereste a fare, se aveste la certezza di non fallire?”. Se vi ponete onestamente questa domanda, non potrete fare a meno di sentirvi a disagio. Io mi sento leggermente a disagio. Perché nel momento in cui mi interrogo, comincio a capire il modo in cui la paura mi inibisca, come ci impedisca di tentare grandi imprese, e la vita si fa noiosa, e le cose entusiasmanti non accadono più. Certo, le cose belle ci sono ancora, ma quelle strabilianti smettono di succedere.

Forse dovrei chiarire che non sto incoraggiando la sconfitta, sto scoraggiando la paura della sconfitta. Perché non è il fallimento in sé che ci limita. La strada verso le cose davvero nuove, mai sperimentate, cela sempre una sconfitta lungo il cammino. Siamo messi alla prova. E accettiamo quella prova come parte integrante del raggiungimento di grandi risultati. Clemenceau ha detto: “La vita si fa interessante davanti alla sconfitta, perché ci mostra che abbiamo superato noi stessi”.

Nel 1895, Lord Kelvin dichiarò che un macchinario volante più pesante dell’aria era inattuabile. Nell’ottobre del 1903 l’opinione prevalente degli esperti di aerodinamica riteneva che forse, a 10 milioni di anni di distanza, avremmo costruito un apparecchio che avrebbe volato. E due mesi dopo, il 17 dicembre, Orville Wright pilotò il primo aeroplano sopra una spiaggia della North Carolina. Il volo durò 12 secondi e coprì circa 40 metri. Quello accadde nel 1903.

Un anno dopo, iniziarono le altre dichiarazioni di impossibilità. Ferdinand Foch, un generale dell’esercito francese, ritenuto una delle menti più originali e acute dell’esercito francese, disse: “Gli aeroplani sono giocattoli interessanti ma privi di valore militare”. 40 anni dopo, gli esperti di aeronautica coniarono il termine “transonico”. Si chiesero: dovrebbe avere una S o due? Capite che non era facile in questa atmosfera e non era per niente ovvio che si potesse oltrepassare la velocità del suono. Nel 1947 non c’erano dati ricavati in galleria del vento oltre il Mach 0.85. Tuttavia, un martedì, il 14 ottobre 1947, Chuck Yeager varcò la cabina di pilotaggio del suo Bell-X-1 e prese il volo verso una possibilità sconosciuta. Nell’agire in tal modo egli divenne il primo pilota che volò oltre la velocità del suono. Sei degli otto missili Atlas scoppiarono sulla piattaforma. Dopo 11 missioni fallite completamente abbiamo ottenuto le prime immagini dallo spazio. E con quel primo volo abbiamo ottenuto più dati rispetto a tutte le missioni U-2 messe insieme. Ci sono volute molte sconfitte per arrivare al risultato.

Da quando abbiamo raggiunto i cieli abbiamo desiderato volare sempre più veloce e più lontano. E per poterlo fare, abbiamo dovuto credere nell’impossibile. E abbiamo dovuto rifiutarci di temere la sconfitta. Questo vale ancora oggi. Oggi non parliamo di voli transonici, nemmeno supersonici, oggi parliamo di voli ipersonici: neinte Mach 2, né Mach 3. Mach 20. A Mach 20 possiamo volare da New York a Long Beach in 11 minuti e 20 secondi. A quella velocità la superficie aerodinamica ha la temperatura del’acciaio fuso, 1.927 gradi Celsius, quella di un altoforno. Di fatto, bruciamo la superficie aerodinamica mentre siamo in volo. E lo stiamo facendo, ci stiamo provando.

Il prototipo del veicolo ipersonico DARPA è l’apparecchio più veloce mai costruito. Viene spinto nell’ambiente spaziale in cima a un vettore Minotaur IV. La spinta del Minotaur IV è troppo forte, quindi dobbiamo limitarla inclinando il vettore a un angolo di penetrazione di 89 gradi in alcuni punti della traiettoria. Questo è innaturale per un razzo. Il terzo stadio è munito di videocamera che chiamiamo rocketcam. Essa è puntata verso la navicella ipersonica. Queste sono le riprese della rocketcam girate nel primo volo. Per celarne la forma, abbiamo alterato un po’ le proporzioni dell’aspetto. Ma ecco come appare se dal terzo stadio del vettore osserviamo il velivolo, senza equipaggio, mentre si dirige nell’atmosfera per fare ritorno a terra.

Abbiamo volato due volte. Nel primo volo, senza controllo aerodinamico del veicolo. Ma abbiamo raccolto più dati nel volo ipersonico che in 30 anni di test condotti da terra messi insieme. E nel secondo volo, 3 minuti di volo aerodinamico sotto controllo assoluto, a Mach 20. Dobbiamo volare ancora, perché le cose più incredibili, mai tentate in precedenza, richiedono di volare. A Mach 20 non puoi imparare a volare, se non volando. E se non esiste sostituto per la velocità, la maneggevolezza la segue a ruota.

Se un velivolo, a Mach 20, impiega 11 minuti e 20 secondi per arrivare da New York a Long Beach, un colibrì ci metterebbe, diciamo, giorni. I colibrì, lo sappiamo, non sono ipersonici, ma sono maneggevoli. Infatti, il colibrì è l’unico uccello a poter retrocedere in volo. Vola verso l’alto, il basso, in avanti, indietro, persino capovolto. Se volessimo volare in questa stanza o in luoghi inaccessibili all’uomo, ci servirebbe un velivolo sufficientemente piccolo e maneggevole per poterlo fare.

Questo è un drone in forma di colibrì. Vola in tutte le direzioni, anche all’indietro. Si libra e ruota. Questo prototipo di velivolo è munito di videocamera e pesa meno di una pila AA. Non succhia il nettare. Nel 2008 ha volato per un’enormità: 20 secondi, un anno dopo, per due minuti, poi sei, raggiungendone 11. Molti prototipi si sono schiantati. Molti. Ma non puoi imparare a volare come un colibrì senza volare. (Applausi) E’ bellissimo, non vi pare? Wow. E’ splendidio. Matt è il primo pilota di colibrì in assoluto. (Applausi)

Fallire fa parte del processo creativo di cose nuove e strabilianti. Non possiamo temere la sconfitta e ideare cose nuove e incredibili, come un robot con la stabilità di un cane su un terreno impervio, o magari sul ghiaccio, un robot che corra come un ghepardo, o salga le scale come un uomo con l’occasionale goffaggine di un uomo. E forse, un giorno, Spider Man sarà Gecko Man. Un geco riesce a sostenere il peso del proprio corpo con un dito. 1 mm quadrato del cuscinetto della zampa di geco possiede 14.000 strutture simili a peli dette setole. Esse servono per far presa sulla superficie con l’ausilio di forze intermolecolari.

Oggi noi possiamo produrre strutture che imitano le setole della zampa di geco. Il risultato: un adesivo artificiale, un nano-geco di circa 10 x 10 cm, sostiene un peso statico di circa 300 kg. Sarebbe sufficiente per incollare al muro 6 tv al plasma da 42 pollici, niente chiodi. Tanti saluti al Velcro, giusto?

E non si tratta solo di strutture passive, ma di interi macchinari. Questo è un acaro. E’ lungo 1 mm, ma sembra Godzilla di fianco a questi micro macchinari. Nel mondo degli acari Godzilla, noi possiamo costruire milioni di specchi, ciascuno un quinto del diametro di un capello umano, che si muovono centinaia di migliaia di volte al secondo, per ottenere schermi enormi e poter guardare film come “Godzilla” in HD.

E se possiamo costruire apparecchi su quella scala, che ne dite di un reticolato tipo Torre Eiffel su micro-scala? Oggi produciamo metalli più leggeri del polistirolo. Tanto leggeri da poter stare su un soffione ed essere soffiati via da uno sbuffo d’aria. Tanto leggeri da poter costruire un’auto che si riesca a sollevare in due, ma tanto forti da garantire la sicurezza di un SUV in un incidente.

Dal minimo soffio d’aria alla potenza delle tempeste della natura. Ogni secondo 44 fulmini colpiscono il nostro pianeta. Ogni saetta riscalda l’aria a 24.400 gradi Celsius, un calore maggiore della superficie del sole. E se potessimo usare questi impulsi elettromagnetici come segnali, segnali in una rete in movimento di potenti trasmettitori? Gli esperimenti indicano che i fulmini potrebbero essere il prossimo GPS.

Impulsi elettrici formano i pensieri nel cervello. Grazie a una griglia grande come un pollice, con 32 elettrodi sulla superficie del cervello, Tim usa il pensiero per controllare un avanzato braccio protesico. E i suoi pensieri gli fanno raggiungere Katie. E’ la prima volta in cui un uomo controlla un robot solo con il pensiero. Ed è la prima volta in 7 anni, che Tim tiene la mano a Katie. Un momento molto importante per Tim e Katie, e questo “green goo” un giorno lo sarà per voi. Questo “green goo” potrebbe essere il vaccino che vi salverà la vita. Deriva dalla pianta del tabacco. Le piante di tabacco posso produrre milioni di dosi di vaccino in settimane, e non in mesi, e questo potrebbe essere il primo utilizzo salutare del tabacco.

Se vi sembra una follia che le piante di tabacco giovino alla salute, che ne dite di giocatori di videogame che risolvano i problemi che eludono gli esperti? Lo scorso settembre i partecipanti a Foldit hanno risolto la struttura tri-dimensionale della proteasi retrovirale che contribuisce all’AIDS nel macaco mulatto. Comprendere questa struttura è fondamentale per implementare le cure. Per 15 anni, è rimasto irrisolto all’interno della comunità scientifica. I partecipanti a Foldit ci hanno messo 15 giorni. E ci sono riusciti lavorando insieme. Hanno potuto lavorare insieme perché internet li mette in contatto. Altri, anch’essi in contatto grazie a internet, ne hanno fatto uno strumento per la democrazia. E insieme hanno cambiato le sorti della propria nazione.

Internet accoglie 2 miliardi di persone, il 30% della popolazione mondiale. Come individui ci permette di contribuire e di farci sentire. Come gruppo ci permette di amplificare le nostre voci, la nostra forza. Ma anche internet ha origini umili. Nel 1969, non era che un sogno, qualche schizzo su un foglio di carta. Poi, il 29 di ottobre, il primo messaggio a commutazione di pacchetto fu inviato da UCLA a SRI. Le prime due lettere della parola “Login” furono tutto quel che arrivò, una L e una O, poi un buffer overflow bloccò il sistema. (Risate) Due lettere, una L e una O, ora una potenza globale.

Ma allora, chi sono gli scienziati e gli ingegneri di questo magico luogo chiamato DARPA? Sono i nerd, degli eroi in mezzo a noi. Essi sfidano le prospettive esistenti ai limiti della scienza e nelle condizioni più ardue. Essi ci ricordano che è possibile cambiare il mondo se si sfida l’impossibile e ci si rifiuta di temere la sconfitta. Ci ricordano che tutti abbiamo “i poteri” dei nerd. Solo che a volte lo dimentichiamo.

C’è stato un momento in cui non avete temuto la sconfitta, quando eravate un grande artista, o un ballerino, e cantavate bene, eravate bravi in matematica, sapevate costruire, eravate astronauti, avventurieri, Jacques Cousteau, saltavate più in alto, correvate più veloci, calciavate più forte di tutti. Credevate nell’impossibile e non avevate paura. Eravate in totale sintonia con il vostro super eroe interno. Scienziati e ingegneri possono di certo cambiare il mondo. Proprio come voi. Siete nati per questo. Quindi, avanti, chiedetevi cosa tentereste di fare avendo la certezza di non fallire.

Ora, voglio dirvi che non è facile. E’ difficile appigliarsi a questa sensazione, molto difficile. Forse, in qualche modo, sono convinta che debba essere difficile. Dubbio e paura si insinuano continuamente. Pensiamo che qualcun altro, più intelligente di noi, più capace, con maggiori risorse, risolverà quel problema. Ma non c’è nessun altro; ci siete solo voi. E se siamo fortunati, in quel momento, qualcuno subentra al dubbio e alla paura, vi prende la mano e dice: “Lascia che ti aiuti a crederci”.

Jason Harley l’ha fatto per me. Jason è arrivato alla DARPA il 18 marzo del 2010. Era nella squadra dei trasporti. Io lo vedevo quasi ogni giorno, spesso anche due volte al giorno. E più della maggior parte, egli notò gli alti e bassi, i festeggiamenti e le delusioni. In un giorno particolarmente buio per me Jason si sedette e scrisse un’email. Fu incoraggiante ma fermo. Quando premette l’invio non si rese conto della differenza che avrebbe fatto. Fu importante. Per me. In quel momento, e ancora oggi, quando ho dei dubbi, quando ho paura, quando ho bisogno di ritrovare quella sensazione, mi ricordo le sue parole, in tutta la loro forza:

“Hai giusto il tempo per stirare il mantello, poi devi ritornare nei cieli”.

♫ Supereroe, supereroe. ♫ ♫ Supereroe, supereroe. ♫ ♫ Supereroe, supereroe. ♫ ♫ Supereroe, supereroe. ♫ ♫ Supereroe, supereroe. ♫

Voce: Perché questo vuol dire essere un supereroe.

RD: “Hai giusto il tempo di stirare il mantello poi devi ritornare nei cieli”. E ricordatevi, siate buoni con i nerd. (Applausi) Grazie. Grazie.

(Applausi)

Chris Anderson: Regina, grazie. Ho un paio di domande. Il tuo velivolo, il velivolo a Mach 20, il primo, senza controllo, è finito da qualche parte nel Pacifico, credo.

RD: Sì, sì. E’ così. (CA: Cosa accadde nel secondo volo?) Eh, anche quello è finito nel Pacifico. (CA: Ma questa volta sotto controllo?) Noi non l’abbiamo mandato nel Pacifico. No. Ci sono vari punti della traiettoria che sono molto impegnativi in termini di volo a quella velocità. Nel secondo volo siamo riusciti a ottenere 3 minuti di controllo aerodinamico totale del veicolo prima di perderlo.

CA: Immagino che non abbiate in programma di aprire un servizio passeggeri da NY a Long Beach nell’immediato futuro.

RD: Potrebbe fare un po’ caldo.

CA: Quali usi ipotizzi per questo velivolo?

RD: La nostra responsabilità è quella di sviluppare la tecnologia. Come verrà utilizzata sarà una decisione dell’esercito. Comunque, lo scopo del veicolo, lo scopo della tecnologia, è quello di arrivare in qualsiasi luogo del pianeta in meno di 60 minuti.

CA: E di trasportare un carico di più di qualche kg? (RD: Già) Qual è il carico che potrebbe trasportare?

RD: Alla fine, non credo che sapremo quale sarà. Prima dobbiamo farlo volare.

CA: Ma non per forza solo una videocamera?

Non necessariamente solo una videocamera.

CA: E’ incredibile. Il colibrì?

RD: Sì?

CA: Sono curioso, hai iniziato la tua splendida panoramica sul volo con un aereo che quasi cercava di battere le ali, un orribile fallimento, e da allora non hanno costruito molti aerei che battano le ali. Perché abbiamo pensato che fosse giunto il momento di imitare e replicare la natura di un colibrì? Non è una soluzione molto costosa per un piccolo oggetto volante maneggevole?

RD: In parte, ci siamo chiesti se fosse possibile. E devi ritornare su queste domande col tempo. Il team di AeroVironment ha fatto più di 300 tentativi di schizzi per le ali, 12 diverse forme di avionica. Ci sono voluti 10 prototipi completi per ottenere qualcosa che volasse. Ma c’è un aspetto molto interessante di un meccanismo volante simile a qualcosa che riconosceresti. Molto spesso parliamo di stealth, come il modo per evitare ogni tipo di sensazione, ma quando l’aspetto è quello naturale tu non le percepisci comunque.

CA: Ah, quindi non è necessariamente la prestazione. In parte è l’aspetto. (RD: Certo) E’: “Guarda quel bel colibrì che vola nel mio quartier generale”. (Risate) Perché, credo, oltre alla meraviglia nel guardarlo, sono certa che alcuni qui stanno pensando, la tecnologia si aggiorna tanto velocemente, quanto ci vorrà prima che un pazzo con un telecomando ne farà volare uno in una finestra della Casa Bianca? Voglio dire, voi pensate all’effetto Scatola di Pandora?

RD: Guarda, la nostra unica missione consiste nel creare e prevenire la sorpresa strategica. E’ ciò che facciamo. Per noi sarebbe inconcepibile fare questo lavoro senza creare contemporaneamente entusiasmo e disagio per quel che facciamo. E’ la natura del nostro lavoro. La nostra responsabilità sta nello spingere il limite. E, ovviamente, dobbiamo essere consapevoli e responsabili su come si sviluppi la tecnologia e su come venga usata, ma non possiamo chiudere gli occhi e fingere che non stia avanzando. Sta avanzando.

CA: La tua leadership è di grande ispirazione, e tu persuadi la gente a tentare queste prodezze, ma a livello personale, e io non potrei immaginare di fare il tuo lavoro. Ti svegli a volte in piena notte interrogandoti sulle possibili conseguenze inattese della genialità della tua squadra?

RD: Certo. Non saresti un essere umano se non ti facessi certe domande.

CA: E come rispondi?

RD: Non ho sempre una risposta. Credo che impariamo, col passare del tempo. Il mio è uno dei lavori più esaltanti che si possano avere. Lavoro con alcune delle persone più incredibili. E a quell’emozione si aggiunge un profondo senso di responsabilità. Quindi, da una parte, hai un tremendo senso di entusiasmo per ciò che si può fare, e l’enorme peso di cosa significa.

CA: Regina, ci ha lasciati senza parole, come si dice. Grazie infinite di essere venuta a TED. (RD: Grazie a voi)

(Applausi)

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