Pregare è scientificamente curativo?

Secondo questo articolo di famiglia cristiana è ormai ampiamente dimostrata la capacità curativa della preghiera, o meglio, la capacità del nostro corpo di autoripararsi quando viene praticata sistematicamente attività meditative come le pèreghiere.

Nel concreto, durante un’esperienza spirituale (intesa come preghiera solitaria o collettiva, meditazione, lettura di testi sacri o partecipazione a un rito religioso), il cervello “spegne” gli stimoli sensoriali che normalmente attingono informazioni dall’ambiente esterno, come luce, rumori e odori, permettendo di concentrarsi sulla propria interiorità. «I moderni esami diagnostici consentono di visualizzare le aree cerebrali coinvolte in questo meccanismo», riferisce la dottoressa Urru. «Oltre ad aumentare l’attività della corteccia prefrontale, cioè la parte anteriore del lobo frontale che governa le emozioni, si mettono maggiormente in moto il nucleo caudato, l’insula e il giro del cingolo, tre centri implicati nella percezione della nostra unità con il tutto, oltre che importanti per memoria, apprendimento e innamoramento». Si tratta delle stesse aree coinvolte di fronte a un’opera artistica o uno scenario naturale, come se fra i neuroni esistesse una predisposizione all’armonia universale. I risultati sono fisici, ma non solo: la preghiera infatti attiva la funzione parasimpatica, riducendo frequenza cardiaca e pressione sanguigna, rafforzando la risposta immunitaria e abbassando i livelli ematici di cortisolo (l’ormone dello stress), ma favorisce anche la percezione che le cose abbiano un senso unitario, in un’ottica di trascendenza e infinito che – oltre a rappresentare il cuore spirituale dell’esperienza religiosa – è resa pos-sibile dalla struttura stessa del nostro cervello. Per chi crede, rappresenta la scoperta di Dio nel profondo della nostra mente. «I benefici sembrano maggiori in chi prega tutti i giorni, perché i vari meccanismi avvengono in tempi più brevi: ecco perché molti studiosi, come Norman Doidge e Timothy R. Jennings, hanno parlato di un cervello modellato dal divino, come se l’attitudine a un uso rituale della preghiera ne accelerasse gli effetti sull’organismo», commenta Urru. «Quello verso Dio è una sorta di sesto senso, da aggiungere agli altri cinque e allenare nel tempo, per non cadere nell’errore di interpretare la preghiera come una formula miracolosa, da usare quasi a comando».

Per leggere l’articolo completo segui il link
http://www.famigliacristiana.it/articolo/pregare-e-come-una-medicina—scienziati-e-teologi-concordi-ci-guarisce.aspx

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