Per quale motivo non bisogna mai smettere di studiare

“Il livello di successo che puoi raggiungere raramente supera il livello del tuo sviluppo personale” (Tony Robbins)

Anche se la definizione di successo e fortemente personale e ognuno può scegliere la sua, studiare rappresenta l’unico mezzo, oltre l’esperienza, per espandere la propria conoscenza del mondo. Studiare permette di allargare la propria zona di comfort e di affrontare tutto ciò che è nuovo con più strumenti di quelli che abbiamo se abbandoniamo la curiosità del sapere cose nuove. Studiare è sempre il miglior modo per difendersi legittimamente da un mondo che ci vuole semplici consumatori. Come dice qualcuno… O ti formi… o ti fermi!

Ovviamente per studiare bene occorre trovare piacere nel farlo e quindi bisogna lavorare sulla propria motivazione e sulle tecniche più adatte per divertirsi leggendo un libro oppure guardando un video o quando si seguono seminari di formazione. 

Impara sempre prima di tutto a rendere divertenti le attività che sai dove svolgere per il tuo bene.

#permario

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Internet non è libera e lo sarà sempre meno. A meno che…

… gli utenti di internet non si rendono conto che la loro libertà è viziata da un sistema che cerca di governare le informazioni che arrivano alla popolazione.

Questo è il documento ufficiale del progetto Winston Smith che tutti dovrebbero leggere per capire che occorre votare politici che scrivano leggi a favore della libertà di parola e non politici che con la scusa delle “fake news” mirano al controllo delle informazioni su cui la gente prende decisioni.

Documento integrale

 

Introduzione

Credo che questo documento sia di gran lunga il più difficile di tutto il Progetto, e chiedo la comprensione del lettore per le inevitabili pecche che conterrà in termini di cose dette e cose non dette, di terminologia e di ideologia.

La mail list del Progetto sarà perciò il posto giusto dove esprimere critiche, dare consigli, fare richieste di informazioni o chiarimenti.

 

 

Perché la privacy, perché l’anonimità …

… se non hai niente da nascondere ?

Cominciamo a dire che rovesciare i termini del problema è un modo quantomeno singolare di affrontare la questione.

Partiamo invece da principi fondamentali, postulati che non necessitano di dimostrazione, giustificazione od approvazione.

“La privacy è un diritto fondamentale ed inalienabile dell’individuo, esattamente come libertà di parola e di pensiero.”

Non si tratta di idee originali od estremistiche; due secoli fa questi principi erano già scolpiti nel pensiero illuministico, e sono stati ben recepiti in quello splendido (ed individualistico) sogno che è la Costituzione degli Stati Uniti, ed in misura minore, ma comunque fondamentale, nella Costituzione Italiana.

È facile anche spiegare perché i due principi sono strettamente interconnessi e si pongono in contrasto con la pervasività dei poteri “forti”, economici, politici e religiosi.

La libertà di parola richiede, in generale la possibilità di anonimato poiché espone l’individuo a forme di pressione che non possono essere equilibrate in maniera formalizzata; d’altra parte forme limitate di “pubblico anonimato” sono ricorrenti nella storia, dai Greci a Pasquino, e dimostrano l’esistenza di questa esigenza fondamentale.

La privacy, cioè la possibilità di limitare l’accesso alle proprie idee, alle proprie informazioni, è l’altra faccia della medaglia; la libertà di decidere cosa esternare implica la possibilità di mantenere riservate o segrete alcune informazioni, a sola discrezione degli individui.

La libertà individuale è la forza equilibratrice di tutti i poteri sovra-individuali; in assenza di essa questi poteri tendono, storicamente ed inevitabilmente ad occupare tutta la sfera del sociale, riducendo od annullando le libertà individuali.

Perché ci sia equilibrio, mediazione, perché possa esistere un contratto sociale ci deve essere una spinta equilibratrice a questa invadenza, che non può che venire dagli individui.

Non devono quindi essere gli individui a giustificare una richiesta di privacy e di anonimato, come non devono giustificare altre richieste di libertà ed autodeterminazione; al contrario sono i poteri forti che, in regimi che si dicono democratici e libertari, devono avere il consenso dei singoli per ottenere anche piccole e brevi eccezioni a questi principi generali.

 

 

E perché l’esigenza di “nascondersi” in Internet ?

Perché Internet, che rappresenta un potere enorme per l’individuo in termini di possibilità di informarsi ed informare, mette un potere ancora più grande nelle mani di chi voglia spiare, controllare, censurare e reprimere.

Ciascuno di noi, quando pubblica pagine web, scrive mail, chatta o semplicemente naviga tra i siti web, diffonde intorno a sé una quantità incredibile di informazioni, fatte di file di log, controllo di accessi, messaggi su mail list e su news, ma anche (purtroppo) intercettazioni, selezioni ed archiviazioni permanenti del traffico di rete.

Il fatto che ogni individuo che si muove in internet, come del resto in qualunque altra parte della società dell’informazione, produca e diffonda dati personali attorno a sé ha ispirato la creazione di un nuovo temine informatico,

 

 

Infosmog

L’infosmog descrive apponto la “nuvola” di dati personali che l’individuo produce e diffonde, quasi sempre in maniera inconsapevole, attorno a sé. L’analogia però finisce qui; non si tratta infatti di inquinamento; chi produce infosmog produce e cede informazioni personali, che sono ricercate ed ambite da una quantità di organizzazioni ed individui, che ne fanno una preziosa merce di scambio e di arricchimento, spesso a danno dell’individuo.

Prendiamo ad esempio le carte fedeltà, comunissime in tutti i supermercati, ed analizziamone le conseguenze.

La percezione e la giustificazione formale di queste carte è che l’utente viene fidelizzato all’ente che emette la carta, e riceve in cambio sconti e/o un migliore servizio, personalizzato sulle esigenze individuali; questo è senz’altro vero, ma si tratta solo di una faccia della medaglia.

Pochi si soffermano a pensare che utilizzare una carta fedeltà vuol dire informare un ente delle proprie dettagliate abitudini; che cosa mangiamo, cosa leggiamo, quanto beviamo, quanti preservativi compriamo (o non compriamo) e quando, quali farmaci (e quindi quali sono i problemi di salute) e così via.

Ancora meno persone si rendono conto che questi dati vengono acquisiti direttamente in forma digitale, e possono essere trattati, elaborati, sommati, incrociati con altri dati, e permettere così di scoprire, in maniera automatica, economica ed incontrollabile particolari incredibili sulle nostre vite.

Negli Stati Uniti sono già stati documentati casi di persone ammalate (e guarite) di un tumore che non sono più riuscite ad avere mutui da banche, o a trovare lavoro perché ospedali e case farmaceutiche avevano venduto i loro dati personali, che erano serviti a banche, assicurazioni ed agenzie di informazioni, per costruire database di persone “a rischio” che non rappresentavano buoni affari.

Possiamo quindi affermare, senza possibilità di smentita che

 

I dati personali, questi mi-sconosciuti

sono frequentemente un pericolo per gli individui, ed un utile strumento, ed anche una lucrosa merce di scambio, per le organizzazioni.

Una ulteriore dimensione del problema, che sfugge ad un’analisi superficiale come quella che abbiamo esposto, è quella della durata e della diffusione dei dati.

I dati digitali, contrariamente a quelli cartacei nei faldoni e nei fascicoli conservati dalle anagrafi, dai dottori, dalle assicurazioni, dai Carabinieri, dalle circoscrizioni elettorali, dagli investigatori privati e dalla portinaia (che non usa carta ma ha una memoria lunga) sono naturalmente eterni, liberamente ed economicamente duplicabili ed elaborabili in qualsiasi momento e per qualsiasi scopo.

I principi di riservatezza che la legge 675/96 (la famosa Legge sulla Privacy) pone a tutela dell’individuo (possibilità di richiedere la correzione o la distruzione dei dati personali archiviati) sono praticamente inapplicabili in situazioni reali in cui i dati sono stati copiati, trasmessi, elaborati e venduti in un numero ignoto di copie e di archivi.

Almeno, in Italia ed in buona parte dell’Europa vige il principio generale che i dati individuali sono e rimangono sempre di proprietà dell’individuo, che ha quantomeno la possibilità teorica di far valere questi suoi diritti in un’improbabile causa civile.

Al contrario, nell’ombelico della società dell’informazione, gli Stati Uniti, i dati non appena trasmessi ad un ente qualsiasi, cessano di essere proprietà dell’individuo e diventano proprietà dell’ente che li ha raccolti, che può legittimamente farne l’uso che ritiene. Non esiste quindi neppure una teorica possibilità di impedirne l’uso, a meno di dimostrare dolo o danno diretto.

La durata dei dati digitali rispetto a quelli cartacei è un ‘altra fonte di preoccupazione per gli individui; infatti, almeno in generale

 

I dati digitali sono eterni

Il sistema socio-economico “perde” la capacità di dimenticare e di cancellare; in questo contesto i dati personali, accumulandosi, possono arrivare a schiacciare e distruggere la privacy individuale. L’accumulazione dei dati, nel senso di

 

Aggregazione di dati

da fonti diverse, ne moltiplica la significatività e quindi il potere, nel bene e nel male; purtroppo riduce contemporaneamente le già quasi solo teoriche possibilità di controllo, e così provenienze, obblighi e responsabilità sbiadiscono fino a scomparire del tutto.

Cosa resta quindi ? Restano definizioni asettiche quali

 

Profilazione degli utenti

che, pur garantite da presunte anonimizzazioni ed accorpamenti, terminano spesso, specie fuori dalla Comunità Europea, con sistematiche violazioni della sfera privata che potrebbero definirsi senza esagerazione un genocidio della privacy.

 

Ma internet è nata libera, si o no ?

Internet si è sviluppata in una “nicchia ecologica” tecnicamente e storicamente rara.

Chiesta da militari, che volevano le loro reti di comando e controllo resistenti ad attacchi nucleari, finanziata prima da loro e poi dall’equivalente del CNR americano, cresciuta nelle aziende di alta tecnologia che la consideravano uno strumento di lavoro, esplosa a causa del web, dei siti porno e del commercio elettronico.

In questa storia non ci sono motivi per supporre che queste condizioni di libertà siano permanenti, anzi, qualunque analisi porta a concludere che non sono destinate a durare (almeno non in questa forma), vista la “naturale” contrarietà alla deregolamentazione della maggioranza delle forze economiche e politiche.

 

Ma Internet è libera e lo resterà sempre !

Per rispondere in tre parole – non è vero! Le tecnologie su cui internet si basa non sono pensate per tutelare la privacy; del resto non sono pensate nemmeno per essere sicure, ma questa è un’altra storia.

Internet è “naturalmente” controllabile, come lo sono tutte le tecnologie informatiche; sono necessari appositi accorgimenti, software, protocolli e soprattutto comportamenti perché si possa raggiungere un ragionevole livello di privacy individuale.

Uno degli slogan più famosi dell’informatica è “Information wants to be free”

 

L’informazione vuole essere libera …

… ma non è affatto detto che ci riesca. La libertà dell’informazione, come del resto tutte le altre libertà, non è cosa che venga da sola, che sia regalata o che comunque possa essere data per scontata. La libertà va cercata, praticata e difesa, come ben sapevano e sanno tutti quelli che adesso e nella storia ne hanno sperimentato la mancanza.

 

… e per tutti questi motivi, eccoci qui!

 

Cosa vuol dire “Cosa fatta capo ha”?

«Cosa fatta, capo ha. Si usa quando si vuol tagliar corto in una discussione o per indicare che una decisione, buona o cattiva, è sempre meglio d’un lungo e logorante temporeggiamento, poiché una cosa, una volta fatta, si impone, non può essere annullata, raggiunge l’effetto per il quale è compiuta. Usatissima ancora senza la coda esplicativa è assai antica e si vuole pronunciata da Mosca dei Lamberti. La tradizione vuole che la divisione dei fiorentini in guelfi e ghibellini sia nata dall’offesa fatta da Buondelmonte dei Buondelmonti agli Amidei, della quale famiglia aveva promesso di sposare una ragazza, ma poi, ripensandoci, si era unito a una dei Donati. In un conciliabolo gli Amidei discussero di come vendicarsi di questa ingiuria, senza che nessuno osasse sostenere la decisione di uccidere l’offensore: “E benché alcuni discorressero i mali che da quella cosa dovessero seguire, il Mosca Lamberti disse, che chi pensava assai cose, non ne concludeva mai alcuna, dicendo quella trita e nota sentenza: Cosa fatta, capo ha”. Il fatto è uno di quelli che si radicano nella fantasia popolare come nella tradizione dotta: è riferito da R. Malispini nella sua ‘Storia’, da G. Villani (V, 38), da Dante: “E un ch’avea l’una e l’altra man mozza, / levando i moncherin per l’aura fosca, / sì che ’l sangue facea la faccia sozza, // gridò: Ricodera’ ti anche del Mosca, / che disse, lasso!, ‘Capo ha cosa fatta’, / che fu ’l mal seme per la gente tosca”.» (Carlo Lapucci, Dizionario dei modi di dire della lingua italiana.) L’altra espressione, “del senno di poi son piene le fosse”, sebbene comunissima, non compare nel dizionario citato.

Autore : Marco1971 – Email : olgs_30@hotmail.com

 

 

cilento-by-marco-digireale
Villammare – Cilento – Febbraio 2017 ph by Digireale

I libri per le vacanze

Non c’è cultura senza creazione di nuove relazioni o di relazioni rinnovate con il mondo e con gli uomini. Giorgio Caproni, quando gli chiedevano cosa significasse scrivere, rispondeva: l’inabissarsi di un palombaro, quando si vince la paura e si arriva in fondo al cuore, trovi tutti gli altri. Tolstoj ribadiva di scrivere non per risolvere problemi sociali, ma perché la gente si innamorasse di più della vita.

http://www.profduepuntozero.it/2016/07/29/rito-magico-dei-libri/

Cosa significa vivere nella gratitudine? Non basta dire semplicemente grazie. Significa essere davvero consapevoli di quello che ci accade, di ciò che proviamo e di ciò che riceviamo in dono da qualcuno o dalla vita stessa. Questo è lo stato di gratitudine.
In “Dire, fare… ringraziare” Assunta Corbo porta il lettore a scoprire il potere della gratitudine attraverso il racconto di esperienze personali ed esercizi pratici. Sono i passi nella gratitudine: buone abitudini che aiutano a vivere consapevolmente nella gioia del qui e ora.

Se volete un bel libro da leggere questa estate, seguite questo link

https://www.amazon.it/Dire-fare-ringraziare-Abbiamo-sempre-ebook/dp/B01J6EVMA2/ref=sr_1_4

 

 

Il senso della vita attraverso l’impegno sociale

Tutti noi siamo interessati alla parte “concettuale” della nostra vita. La nostra esperienza terrena si scontra però ogni giorno con un contesto che spesso è degradato da corruzione e malaffare che deriva dalla mancata diffusione dei valori veri.

Ogni persona in grado di usare Internet dovrebbe porsi il problema di un consumo critico delle informazioni e di come sia possibile al giorno d’oggi evitare che politici e delinquenti (a volte è una ripetizione) influenzino la nostra vita culturale.

Pia Mancini ci mostra in quale direzione lei ha trovato il senso della vita proponendo una democrazia “aggiornata” ai tempi di Internet.

Buona visione

Marco Costanzo

0:11Ho la sensazione che siamo tutti d’accordo che ci stiamo spostando verso un nuovo modello di stato e società. Ma non abbiamo la più pallida idea di cosa sia o cosa dovrebbe essere. Sembra che dovremmo discutere di democrazia

0:31oggigiorno. Vediamola in questo modo: siamo cittadini del 21° secolo, che fanno del loro meglio per interagire con le istituzioni create per il 19° secolo basate sulla tecnologia del 15° secolo. Analizziamoalcune caratteristiche di questo sistema. Prima di tutto, è progettato per un’informatica vecchia di più di 500 anni. E il miglior sistema possibile che potrebbe essere progettato è quello in cui pochi prendono decisioni quotidiane a nome di molti. E i molti vanno a votare una volta ogni due anni. In secondo luogo, i costi di partecipazione a questo sistema sono incredibilmente alti. O avete un sacco di soldi e influenza, o dovete dedicare tutta la vita alla politica. Dovete diventare membro di un partito e farvi strada nella gerarchia fino a che, un giorno, forse, riuscirete a sedere a un tavolo dove si prendono decisioni. Non ultimo, il linguaggio del sistema — è incredibilmente criptico. È fatto per avvocati, da avvocati,

1:51e nessun altro lo capisce. È un sistema in cui possiamo scegliere le nostre autorità, ma siamo completamente tagliati fuori dal come queste autorità arrivano a decisioni. Quindi, in un’epoca in cui l’informatica ci permette di partecipare globalmente a qualunque conversazione, le nostre barriere all’informazione sono totalmente abbattute e possiamo, più che mai, esprimere i nostri desideri e le nostre preoccupazioni. Il nostro sistema politico è rimasto lo stesso negli ultimi 200 anni e si aspetta che ci accontentiamo di essere semplici destinatari passivi

2:37di un monologo. Quindi, non soprende che questo tipo di sistema sia solo in grado di produrre due tipi di risultato: silenzio o rumore. Silenzio, in termini di cittadini che non si fanno coinvolgere, che semplicemente non vogliono partecipare. C’è questo luogo comune che proprio non mi piace, ed è l’idea che noi cittadini siamo naturalmente apatici. Che evitiamo gli impegni. Ma si può veramente incolparci per non cogliere l’opportunità di andare in pieno centro città in un giorno lavorativo a partecipare fisicamente a un discorso pubblico che non ha alcun impatto? Il conflitto è destinato a verificarsi tra un sistema che non ci rappresenta più, né ha capacità di dialogo, e i cittadini che sono sempre più abituati a rappresentarsi da soli. E poi c’è il rumore: Cile, Argentina, Brasile, Messico Italia, Francia, Spagna, Stati Uniti, sono tutte democrazie. I loro cittadini hanno accesso alle urne. Ma sentono ancora il bisogno,

3:56di scendere in strada per essere ascoltati. Mi sembrano gli slogan del 18° secolo che erano la base della formazione delle nostre moderne democrazie, “Niente tassazione senza rappresentazione,” oggi può essere aggiornata in “Niente rappresentazione senza conversazione.” Vogliamo il nostro posto a quel tavolo.

4:26E giustamente. Ma per poter prendere parte alla conversazione, dobbiamo sapere cosa vogliamo fare,perché l’azione politica possa passare dall’agitazione alla costruzione. La mia generazione è stata incredibilmente brava a usare le nuove reti e tecnologie per organizzare proteste, proteste che sono state in grado di imporre programmi, impedire leggi estremamente dannose, e anche rovesciare governi autoritari. E dovremmo esserne immensamente orgogliosi. Ma dobbiamo anche ammettere che non siamo stati bravi ad usare gli stessi sistemi e tecnologie per articolare con successo un’alternativa a quello che vediamo e trovare consenso e formare le alleanze necessarie

5:24per farlo accadere. Il rischio che affrontiamo è che possiamo creare questi enormi vuoti di potere che saranno rapidamente riempiti da poteri di fatto, come quello militare o gruppi altamente motivati e già organizzati

5:42che di solito si trovano agli estremi. Ma la nostra democrazia non è solo una questione di votazione una volta ogni due anni. Ma non è neanche la capacità di portare milioni di persone in strada. Quindi la domanda che vorrei sollevare qui, e credo sia la domanda più importante a cui dobbiamo rispondere, è questa: se Internet è la nuova carta stampata, allora cos’è la democrazia per l’era di Internet? Che istituzioni vogliamo creare

6:16per la società del 21° secolo? Per la cronaca: non ho la risposta. Non credo ce l’abbia nessuno. Ma credo fermamente che non possiamo più permetterci di ignorare la domanda. Vorrei quindi condividere la nostra esperienza e quello che abbiamo imparato finora e, speriamo, contribuire un po’

6:36a questa conversazione. Due anni fa, con un gruppo di amici argentini, abbiamo iniziato a pensare, “come possiamo spingere, i nostri rappresentanti eletti, a rappresentarci?” Marshall McLuhan una volta ha detto che la politica è risolvere i problemi di oggi con gli strumenti di ieri. La domanda che ci ha motivato era, possiamo cercare di risolvere alcuni problemi di oggi con gli strumenti che usiamo quotidianamente? Il nostro primo approccio è stato progettare e sviluppare un software chiamato DemocracyOS. DemocracyOS è un’applicazione web open-source progettata per diventare il ponte tra i cittadini e i loro rappresentanti

7:27per rendere più facile la partecipazione dal quotidiano. Prima di tutto, ci si informa in modo che ogni nuovo progetto introdotto al Congresso venga immediatamente tradotto e spiegato in parole semplici su questa piattaforma. Ma sappiamo tutti che il cambiamento sociale non verrà solo dall’avere maggiori informazioni, ma nel farne uso. Quindi un miglior accesso all’informazione dovrebbe portare a una conversazione su quello che vogliamo fare dopo, e DemocracyOS permette di farlo. Perché crediamo che la democrazia sia non solo questione di accumulazione di preferenze, una sopra l’altra, ma che il nostro dibattito politico sano e robusto

8:14dovrebbe essere, ancora una volta, uno dei suoi valori fondamentali. Quindi DemocracyOS significa convincere e farsi convincere. Vuol dire raggiungere un consenso così come trovare il modo giusto di incanalare il nostro disaccordo. Infine, si può votare come si vorrebbe che votasse il proprio rappresentante. E se non ci si sente a proprio agio a votare su un determinato problema, si può sempre delegare il voto a qualcun altro, consentendo

8:44l’emergere di una leadership sociale dinamica e emergente. Improvvisamente è diventato facile per noisemplicemente confrontare questi risultati con il voto dei nostri rappresentanti al Congresso. Ma è anche diventato evidente che la tecnologia non risolve tutto. Serviva anche trovare attori in grado di afferrare questa conoscenza distribuita nella società e usarla per prendere decisioni migliori e più giuste. Ci siamo quindi rivolti a partiti politici tradizionali e abbiamo offerto loro DemocracyOS. Abbiamo detto, “Guardate, qui avete una piattaforma da usare per costruire una conversazione a due vie con gli elettori.” E sì, abbiamo fallito. Abbiamo fallito alla grande. Siamo stati mandati via come bambini. Tra le altre cose, siamo stati chiamati ingenui. E devo essere onesta: con il senno di poi, credo che lo fossimo. Perché le sfide che affrontiamo, non sono tecnologiche, sono culturali. I partiti politici non sono mai stati disposti a cambiare il modo in cui prendono decisioni. Improvvisamente è diventato ovvio che se volevamo portare avanti l’idea,

10:04dovevamo farlo da soli. Abbiamo fatto un atto di fede, e ad agosto lo scorso anno, abbiamo fondato un nostro partito politico, El Partido de la Red, o il Net Party, a Buenos Aires. E facendo un atto di fede ancora più grande, ci siamo candidati alle elezioni a ottobre lo scorso anno con questa idea: se vogliamo un seggio al Congresso, il nostro candidato, i nostri rappresentanti avrebbero sempre votato secondo quanto deciso dai cittadini su DemocracyOS. Ogni singolo progetto introdotto dal Congresso, avremmo votato secondo quanto deciso dai cittadini su una piattaforma online. Era il nostro modo di attaccare il sistema politico. Abbiamo capito che se volevamo far parte della conversazione, avere un posto a quel tavolo, dovevamo diventare validi interlocutori,

11:02e l’unico modo di farlo è giocare secondo le regole del sistema. Ma attaccavamo nel senso chestavamo radicalmente cambiando il modo di prendere decisioni di un partito politico. Per la prima volta, prendevamo le nostre decisioni insieme a coloro

11:21che erano direttamente coinvolti in queste decisioni. È stato un passo molto audace per un partito nato da due mesi nella città di Buenos Aires. Ma ha catturato l’attenzione. Abbiamo ottenuto 22 000 voti, ossia l’1,2 per cento, e siamo arrivati secondi a livello locale. Quindi, anche se non era abbastanza per un seggio al Congresso, era sufficiente per far parte della conversazione, al punto che il mese prossimo, il Congresso, in quanto istituzione, lancerà per la prima volta nella storia dell’Argentina, un DemocracyOS per discutere, con i cittadini, tre testi legislativi: due sul trasporto urbano

12:07e uno sull’uso dello spazio pubblico. Certo, i nostri rappresentanti eletti non stanno dicendo, “Sì, voteremo secondo la decisione dei cittadini,” ma sono disposti a tentare. Sono disposti ad aprire un nuovo spazio per l’impegno dei cittadini e speriamo

12:25siano disposti anche ad ascoltare. Il nostro sistema politico può essere trasformato, non sovvertendolo, distruggendolo, ma ricollegandolo con gli strumenti

12:40che Internet ci offre oggi. La vera sfida è trovare, progettare, creare, responsabilizzare questi nodi in grado di innovare, di trasformare il rumore e il silenzio in segnali e portare finalmente le nostre democrazie

12:59nel 21° secolo. Non sto dicendo che sia facile. Ma per esperienza, abbiamo la possibilità di farlo funzionare. E il cuore mi dice che vale assolutamente la pena di provare. Grazie. (Applausi)