Il Comune che funziona bene — Marco Costanzo · sezione 5 di 46 · Parte prima — ASPIRAZIONE: il paese che vogliamo
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«Per chi non sa verso quale porto sta andando, nessun vento è favorevole.»
— Seneca, Lettere a Lucilio, lettera 71, 3
Che cosa imparerai
In questo capitolo scoprirai la differenza tra l’aspirazione di un candidato e l’aspirazione di un paese, e perché confonderle è il primo errore di quasi ogni programma. Imparerai le quattro caratteristiche di un’aspirazione collettiva ben scritta, i tre modi in cui si rompe, e un esercizio per costruirla insieme ai cittadini: la lettera dal paese tra dieci anni.
Il sogno del candidato
Anna, a Valdiporto, ha un sogno preciso: riaprire il cinema parrocchiale chiuso da vent’anni. Ci andava da bambina, ne ricorda l’odore di legno e di velluto. Quando immagina il paese che vorrebbe, lo immagina con le luci del cinema accese il sabato sera.
È un sogno bello. E potrebbe essere un pessimo punto di partenza.
Non perché il cinema sia una cattiva idea. Ma perché è la sua aspirazione, nata dalla sua storia. Forse il paese desidera altro: un ambulatorio aperto cinque giorni su cinque, un collegamento con l’ospedale, un posto dove i ragazzi possano studiare con una connessione decente. Forse il cinema verrebbe frequentato da trenta persone il primo mese e da otto il terzo.
Nel metodo APPO l’aspirazione si rompe quando è presa in prestito: quella dei genitori, della società, di un’immagine vista sui social. In politica c’è un rischio speculare, e più subdolo: l’aspirazione prestata al paese dal candidato. Il candidato è sincero, appassionato, convinto. E per cinque anni costruisce con grande efficienza un paese che esiste soprattutto nella sua testa.
Dall’io al noi
L’aspirazione di una comunità non è la somma delle aspirazioni dei singoli. Se chiedi a duemila persone che cosa vogliono, ottieni duemila risposte, molte delle quali incompatibili: più parcheggi e più zone pedonali, tasse più basse e più servizi, più turismo e più tranquillità.
Il lavoro dell’amministratore APPO non è sommare i desideri. È cercare ciò che li tiene insieme: lo strato più profondo, quello che quasi tutti, se ci pensano con calma, condividono.
Chi chiede parcheggi e chi chiede la zona pedonale, spesso, vogliono entrambi la stessa cosa: un centro vivo, dove sia piacevole andare. Chi chiede tasse basse e chi chiede servizi, spesso, vogliono entrambi non sentirsi presi in giro: pagare il giusto per qualcosa che funziona.
L’aspirazione collettiva vive a quel livello. E si scopre ascoltando bene, come vedremo nel capitolo 2.
Le quattro caratteristiche
Nel metodo APPO un’aspirazione personale ben scritta ha quattro caratteristiche. Valgono identiche per un paese.
È specifica. Non «un paese più vivo», ma «un paese in cui un giovane che vuole restare trova lavoro, casa e connessione».
È misurabile. Ha uno o più numeri a cui si può collegare: residenti sotto i trent’anni, saldo migratorio, attività aperte.
Ha un tempo. Il mandato dura cinque anni; una visione seria ne guarda dieci o quindici, con una tappa intermedia alla fine del mandato.
Ha un perché. Una ragione che tocca le persone da vicino. «Perché i nostri figli possano scegliere di restare, e non essere costretti ad andarsene.»
Ecco come può suonare l’aspirazione di Valdiporto, una volta passata per l’ascolto del paese:
Nel 2036 Valdiporto è un paese in cui chi vuole restare può farlo: i residenti sotto i quarant’anni hanno smesso di diminuire, i servizi essenziali sono raggiungibili in meno di mezz’ora, e almeno una persona su tre partecipa a un’attività della comunità. Lo vogliamo perché nessuno debba scegliere tra il proprio paese e il proprio futuro.
Il cinema di Anna non c’è. Potrebbe tornare, più avanti, come progetto al servizio di quella aspirazione: un luogo d’incontro, se l’ascolto mostrerà che serve. Ma non sarà il porto. Sarà, al massimo, una remata.
Le quattro caratteristiche non scelgono i valori al posto tuo. Una lista che mette al centro la leggerezza fiscale potrebbe scrivere: «Nel 2036 [Comune] è il paese della provincia in cui vivere e lavorare costa meno: tributi locali tra i più bassi dei comuni simili, tempi delle pratiche dimezzati, nessun servizio essenziale perso. Lo vogliamo perché chi produce e chi risparmia non debba andarsene per farlo.» È un’aspirazione diversa da quella di Valdiporto, e altrettanto legittima: specifica, misurabile, con un tempo e un perché. Il metodo non decide tra le due. Decidono gli elettori, e il metodo dà loro gli strumenti per verificare.
Come si rompe l’aspirazione di un paese
L’aspirazione vaga. «Valorizzare il territorio.» «Rilanciare il paese.» Sono formule compatibili con qualunque cosa, quindi non orientano niente. La domanda che le ripara è sempre la stessa: come ce ne accorgeremmo? Che cosa vedremmo, tra dieci anni, che oggi non vediamo?
L’aspirazione nostalgica. «Tornare a com’era una volta.» È comprensibile, e spesso parla di qualcosa di vero: la fiducia, la piazza piena, la bottega sotto casa. Ma il paese di una volta aveva anche le sue povertà, e soprattutto non tornerà. Il lavoro è chiedersi: che cosa, di quel paese, vogliamo ritrovare in una forma nuova?
L’aspirazione contro. «Fermare la speculazione», «mandare a casa l’amministrazione uscente». Dice da che cosa difendersi, ma non verso che cosa andare. Le campagne costruite solo contro tendono a vincere e poi a non sapere che cosa fare il giorno dopo.
Uscita, voce, lealtà
Torniamo a Hirschman. Nel suo schema c’è un terzo elemento, oltre all’uscita e alla voce: la lealtà, cioè il legame affettivo che trattiene le persone anche quando le cose vanno male, e le spinge a usare la voce invece di andarsene.
Nei piccoli paesi la lealtà è ancora molto forte: la casa dei nonni, la festa patronale, il dialetto, il mare o la montagna di cui non si riesce a fare a meno. È una risorsa enorme, e si consuma. Ogni volta che una persona prova a usare la voce e non viene ascoltata, un po’ di lealtà si trasforma in disillusione. E la disillusione, alla lunga, diventa uscita.
Un’aspirazione costruita insieme ai cittadini fa una cosa preziosa: trasforma la lealtà in partecipazione. Le persone non restano solo per affetto, ma perché sentono di avere un ruolo nel futuro del luogo.
La lettera dal paese tra dieci anni
Per le persone, il metodo propone un esercizio che funziona bene: la lettera a sé stessi. Per una comunità esiste una versione collettiva.
Si riuniscono gruppi piccoli e diversi: anziani, ragazzi, commercianti, nuovi residenti, persone delle frazioni. A ciascun gruppo si chiede di scrivere una lettera, datata tra dieci anni, in cui qualcuno racconta a un amico lontano com’è diventato il paese. Che cosa si fa la domenica. Dove lavorano i giovani. Come si arriva dal medico. Che cosa è successo alla piazza.
Poi si leggono le lettere ad alta voce e si sottolinea ciò che ritorna. Quasi sempre, a sorpresa, ritorna molto: i gruppi più diversi descrivono un futuro con gli stessi tre o quattro tratti di fondo. Quei tratti sono la materia prima dell’aspirazione collettiva.
È un esercizio che richiede due ore, un tavolo, carta e penna. Non serve un consulente.
La differenza tra visione e slogan
Un’ultima avvertenza. Un’aspirazione ben scritta può diventare uno slogan elettorale, ed è normale: la campagna ha bisogno di parole brevi. Ma non deve succedere il contrario. Se il punto di partenza è lo slogan, e l’aspirazione viene costruita dopo per riempirlo, il metodo è stato rovesciato.
La prova è semplice. Togli lo slogan. Se dietro resta una frase con un numero, una data, un perché e il nome delle persone che l’hanno scritta insieme a te, hai un’aspirazione. Se resta il vuoto, hai una pubblicità.
Scheda riepilogativa — Capitolo 1
I concetti chiave
L’aspirazione di un candidato non è l’aspirazione di un paese: confonderle porta a costruire con efficienza un paese che esiste solo nella testa di chi governa. L’aspirazione collettiva non è la somma dei desideri, ma lo strato comune che li tiene insieme. Ha quattro caratteristiche: specifica, misurabile, con un tempo, con un perché. Si rompe quando è vaga, nostalgica o soltanto contro. La lealtà dei cittadini (Hirschman, 1970) è una risorsa che si consuma quando la voce non viene ascoltata. La lettera dal paese tra dieci anni è uno strumento semplice per far emergere i tratti condivisi.
Le tue domande di verifica
1. Qual è il tuo sogno personale per il paese? Sei sicuro che sia anche quello dei tuoi concittadini? Come lo sai?
2. Riscrivi «valorizzare il territorio» come aspirazione specifica, misurabile, con un tempo e un perché.
3. Che cosa, del paese «di una volta», vorresti ritrovare in forma nuova?
4. Nel tuo paese, dove vedi la lealtà trasformarsi in disillusione?
Esercizio per chi amministra
Organizza un primo incontro della lettera dal paese tra dieci anni con almeno tre gruppi molto diversi tra loro, anche solo cinque persone ciascuno. Sottolinea i tratti che ritornano in almeno due lettere su tre. Scrivi una prima bozza di aspirazione collettiva con le quattro caratteristiche, e confrontala con il sogno che avevi prima dell’incontro.
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