Il Comune che funziona bene — Marco Costanzo · sezione 6 di 46 · Parte prima — ASPIRAZIONE: il paese che vogliamo
← Capitolo 1 — Dall’io al noi: l’aspirazione di una comunità · Indice · Capitolo 3 — Il benessere che si misura →
«Abbiamo due orecchie e una bocca sola, per ascoltare di più e parlare di meno.»
— Zenone di Cizio, in Diogene Laerzio, Vite dei filosofi, libro VII, 23
Che cosa imparerai
In questo capitolo scoprirai perché le persone che partecipano alle assemblee pubbliche non rappresentano il paese, che cosa dice la ricerca su questa distorsione, e quali strumenti di ascolto la riducono: il campione, l’intervista, la passeggiata di quartiere, la giuria di cittadini sorteggiati. Conoscerai la scala della partecipazione di Sherry Arnstein e imparerai a non scambiare una consultazione di facciata per vera partecipazione.
La sala piena
Anna convoca la prima assemblea pubblica nella sala del circolo. Vengono cinquantadue persone. Parlano soprattutto in otto. Dicono, quasi tutti, la stessa cosa: il problema del paese sono i parcheggi in piazza e le auto dei turisti d’estate.
Anna esce convinta di aver capito. La sera, al bar, ne parla con un amico che fa il medico di base. Lui la guarda e le chiede: «Hai contato quanti avevano meno di quarant’anni?».
Erano quattro.
Chi partecipa non è il paese
Nel 2019 tre politologi americani, Katherine Levine Einstein, Maxwell Palmer e David Glick, pubblicarono sulla rivista Perspectives on Politics uno studio sui verbali di centinaia di assemblee pubbliche dedicate a progetti edilizi in alcuni comuni del Massachusetts. Confrontarono chi prendeva la parola con l’insieme dei residenti. I partecipanti risultarono in media più anziani, più spesso proprietari di casa e molto più spesso contrari ai nuovi progetti della popolazione nel suo insieme.
Non c’è nessuna malizia in tutto questo. Partecipare costa: tempo, sera libera, sicurezza nel parlare in pubblico, la sensazione che valga la pena farlo. Chi ha bambini piccoli, chi lavora su turni, chi è appena arrivato in paese, chi si sente meno sicuro di sé, partecipa meno.
Il risultato è una distorsione sistematica: la voce che arriva al municipio non è la voce del paese, ma la voce di chi ha il tempo e la sicurezza di farla arrivare. Un’amministrazione che ascolta solo le assemblee governa, senza volerlo, per una minoranza.
La scala della partecipazione
Nel 1969 l’urbanista americana Sherry Arnstein pubblicò un articolo diventato classico, A Ladder of Citizen Participation. Descriveva la partecipazione come una scala a otto gradini. In basso, la manipolazione e la terapia: si coinvolgono i cittadini per convincerli, non per ascoltarli. Al centro, l’informazione, la consultazione e la rassicurazione: si chiede un parere, ma la decisione è già presa. In alto, il partenariato, la delega di potere e il controllo dei cittadini: le persone decidono davvero, in tutto o in parte.
La scala di Arnstein è uno specchio scomodo per chiunque amministri. Molte «consultazioni» comunali stanno sui gradini bassi: un questionario a cui nessuno risponde, una serata di presentazione di un progetto già approvato.
Il metodo APPO non chiede di salire sempre all’ultimo gradino: alcune decisioni spettano davvero agli organi eletti, e una comunità non può essere consultata su tutto. Chiede un’altra cosa, più semplice e più onesta: dichiarare sempre su quale gradino ci si trova. «Stasera vi informiamo», «stasera vi chiediamo un parere che terremo in conto», «su questi 30.000 euro decidete voi». La partecipazione delude quando promette un gradino e ne offre un altro.
Cinque strumenti di ascolto
Il questionario a campione. Invece di aspettare che le persone rispondano da sole, si sceglie a caso un gruppo di famiglie e le si contatta direttamente, anche porta a porta. In un paese di duemila abitanti, un centinaio di questionari raccolti bene vale più di cinquecento raccolti male. Le domande vanno scritte aperte, senza suggerire la risposta: un modello pronto è nell’appendice H.
Come si sceglie a caso dipende da chi fa l’indagine, e qui serve attenzione alle regole sui dati personali. Una lista o un candidato non può usare l’anagrafe né altri dati raccolti dal comune: il Garante per la protezione dei dati personali lo ha chiarito nel provvedimento del 18 aprile 2019 sulla propaganda elettorale (capitolo 15). Può usare le liste elettorali che il comune rilascia per finalità elettorali (art. 51 del d.P.R. 223/1967), oppure — più semplice e senza dati personali — un campionamento per vie e numeri civici: si estrae a sorte una via, poi un numero civico ogni cinque o dieci, e si bussa. Un’amministrazione in carica può svolgere un’indagine istituzionale, ma con una base giuridica, un’informativa chiara e il parere del responsabile della protezione dei dati del comune. [Verificare il caso concreto con il responsabile della protezione dei dati.]
L’intervista a chi non viene. Si fa una lista dei gruppi che di solito non partecipano: giovani madri, lavoratori pendolari, ragazzi, nuovi residenti, anziani soli, persone con disabilità. Si va a cercarli dove sono: all’uscita della scuola, alla fermata dell’autobus, al centro anziani. Mezz’ora di intervista, sempre le stesse domande.
La passeggiata di quartiere. Si cammina insieme a un piccolo gruppo di residenti per le strade della frazione, fermandosi dove qualcuno ha qualcosa da mostrare: il marciapiede che non c’è, la fontana rotta, la curva pericolosa, l’edificio vuoto che potrebbe servire. Si fotografa, si annota. È lo strumento più efficace per i problemi fisici del territorio, e il più rispettoso: si va a vedere, invece di farsi raccontare.
L’ascolto dei testimoni privilegiati. Il medico di base, il parroco, la maestra, il farmacista, l’assistente sociale, il comandante della stazione dei carabinieri, il presidente della pro loco. Vedono ogni giorno pezzi del paese che il municipio non vede. Un’ora con ciascuno, con la promessa di riservatezza.
La giuria di cittadini sorteggiati. È lo strumento più potente, ed è il più antico: gli ateniesi sorteggiavano molte cariche pubbliche. Si estrae a sorte un gruppo di quindici o venti residenti, bilanciato per età, genere e frazione. Lo si riunisce per due o tre incontri su una questione precisa, gli si danno informazioni equilibrate e la possibilità di ascoltare esperti con opinioni diverse, e si chiede una raccomandazione. Il sorteggio lo fa l’amministrazione, con le stesse regole sui dati appena viste; una lista in campagna può costruire un gruppo bilanciato di volontari, ma non lo chiamerà sorteggiato.
Le giurie funzionano?
Il politologo James Fishkin ha sviluppato dagli anni Ottanta il sondaggio deliberativo: si sorteggia un campione rappresentativo, gli si chiede un parere, lo si informa e lo si fa discutere in piccoli gruppi, poi gli si chiede di nuovo il parere. In molte esperienze le opinioni dopo la deliberazione sono risultate diverse da quelle iniziali e più informate.
Il caso più citato degli ultimi anni è l’Assemblea dei cittadini irlandese, attiva dal 2016 al 2018: novantanove cittadini sorteggiati e un presidente discussero, tra le altre questioni, temi su cui la politica tradizionale era rimasta bloccata per decenni, e le loro raccomandazioni ebbero un ruolo nella preparazione di referendum nazionali.
Un piccolo comune non ha bisogno di novantanove persone. Ne bastano quindici, un facilitatore preparato, un tema ben definito e un impegno chiaro dell’amministrazione su che cosa farà della raccomandazione. La regola d’oro resta quella di Arnstein: dire prima che peso avrà.
Ascoltare non è obbedire
C’è un equivoco da sciogliere. Ascoltare il paese non significa fare tutto ciò che il paese chiede. A volte la maggioranza chiede una cosa che danneggia una minoranza fragile, o che scarica un costo sul futuro, o che i dati mostrano inefficace.
L’amministratore APPO ascolta per capire le aspirazioni e i problemi, non per raccogliere ordini sui progetti. Se trecento persone chiedono più parcheggi, la cosa da capire è quale bisogno c’è sotto: arrivare in centro, fare la spesa senza fatica, portare un anziano dal medico. Quel bisogno è sacro. La soluzione proposta, il parcheggio, è un’ipotesi da verificare insieme ad altre.
Che cosa fece Anna
Anna non buttò via l’assemblea. La tenne come una delle voci. Poi fece tre cose: un questionario a campione su centoventi famiglie scelte a sorte con il metodo dei numeri civici, le prime venti interviste davanti alla scuola e alla fermata del pulmino (nei sei mesi successivi sarebbero diventate settantaquattro), due passeggiate nelle frazioni.
Il parcheggio estivo comparve tra i problemi, al quinto posto. Al primo posto, staccato, c’era un’altra cosa: arrivare dal medico e in farmacia, soprattutto per chi non guida. Al secondo, la connessione internet lenta nella frazione sul fiume, che stava spingendo due famiglie giovani a trasferirsi.
Nessuno dei due problemi era emerso nell’assemblea.
Scheda riepilogativa — Capitolo 2
I concetti chiave
Chi partecipa alle assemblee pubbliche non rappresenta il paese: in media è più anziano, più stabile e più contrario al cambiamento (Einstein, Palmer e Glick, 2019). La scala di Arnstein (1969) distingue la partecipazione vera da quella di facciata: l’importante è dichiarare su quale gradino ci si trova. Cinque strumenti riducono la distorsione: questionario a campione, intervista a chi non viene, passeggiata di quartiere, testimoni privilegiati, giuria di cittadini sorteggiati (Fishkin; Assemblea dei cittadini irlandese 2016–2018). Ascoltare non è obbedire: si ascoltano bisogni e problemi, mentre le soluzioni sono ipotesi da verificare.
Le tue domande di verifica
1. Nell’ultima assemblea pubblica del tuo paese, quali gruppi mancavano?
2. Su quale gradino della scala di Arnstein si trovano le consultazioni del tuo comune?
3. Quali testimoni privilegiati del tuo territorio non hai mai ascoltato con calma?
4. Prendi una richiesta frequente in paese. Quale bisogno c’è sotto? Quali altre soluzioni potrebbero rispondere allo stesso bisogno?
Esercizio per chi amministra
Costruisci la mappa delle voci mancanti del tuo comune: elenca almeno sei gruppi che di solito non partecipano e, per ciascuno, il luogo e l’ora in cui puoi trovarlo. Nelle prossime quattro settimane intervista almeno tre persone per gruppo con le stesse cinque domande aperte. Confronta i tre problemi più citati con quelli emersi nelle assemblee.
← Capitolo 1 — Dall’io al noi: l’aspirazione di una comunità · Indice · Capitolo 3 — Il benessere che si misura →
Vuoi una consulenza diretta o un chiarimento su quanto hai letto?
Se stai preparando una candidatura, amministri un comune o vuoi applicare il metodo APPO al tuo paese, puoi parlarne direttamente con l’autore, Marco Costanzo.
📞 Telefono: 340 49 31 860
💬 Scrivi dalla pagina Aiuto di miglioramento.com
© 2026 Marco Costanzo — metodo APPO · Il Comune che funziona bene · La versione più aggiornata del libro sarà presto disponibile in edizione cartacea su Amazon.