APPOFocus — Marco Costanzo · sezione 17 di 37
«Non sono mai meno inattivo di quando sono in ozio.»
Publio Cornelio Scipione, nelle parole di Cicerone, I doveri, libro terzo.
L’ultimo scudo è un vuoto
Fin qui abbiamo parlato di bersagli, di scudi, di sessioni, di soglie. Abbiamo imparato a difendere l’attenzione e a spenderla bene. Ma c’è un rischio, e voglio nominarlo prima che tu ci caschi: trasformare anche l’attenzione in una corsa. Ogni minuto pieno, ogni minuto utile, ogni minuto misurato.
Non è questo che ti auguro. Un arco tenuto sempre teso, prima o poi, perde la sua forza. Anche il migliore degli arcieri, a fine giornata, allenta la corda.
Per questo il metodo APPOFocus ha una regola che può sembrare strana, in un libro sulla concentrazione. Ogni giorno, almeno quindici o venti minuti, non fai niente. Niente telefono, niente lavoro, niente libro, niente programma da seguire. Sei sveglio, presente, e lasci che la mente vada dove vuole.
La chiamo pigrizia nobile. Gli antichi la chiamavano ozio, e non era una parola cattiva. Per i romani l’ozio era il tempo sottratto agli affari per dedicarlo alla parte migliore di sé. Scipione diceva di non essere mai così attivo come quando era in ozio. Aveva capito una cosa che noi abbiamo dimenticato.
Perché fare niente è così difficile
Se pensi che non fare niente sia facile, prova.
Un gruppo di psicologi dell’Università della Virginia ha chiesto a centinaia di persone di restare da sole in una stanza, senza telefono né altro, a pensare, per un tempo che andava da sei a quindici minuti. In molti hanno trovato l’esperienza sgradevole. E in uno degli esperimenti i ricercatori hanno lasciato nella stanza un pulsante che dava una piccola scossa elettrica, che gli stessi partecipanti, prima, avevano detto di voler evitare. Due uomini su tre e una donna su quattro hanno premuto il pulsante almeno una volta. Pur di fare qualcosa, preferivano una scossa al silenzio dei propri pensieri. Prova discreta.
Questo ci dice due cose. La prima: stare con sé stessi è una capacità, e come tutte le capacità si allena. La seconda: in un mondo che ci riempie ogni secondo, abbiamo quasi perso l’abitudine di stare in compagnia della nostra mente. Ed è un peccato, perché la nostra mente, quando la lasciamo libera, sa fare cose meravigliose.
Vagare per scelta
Forse ti stai chiedendo: ma nel primo capitolo non avevamo detto che una mente che vaga è una mente infelice?
È una bella domanda, e la risposta è importante. La ricerca distingue due modi di vagare. C’è il vagare involontario: stai facendo una cosa, e senza accorgertene la mente scappa altrove. È quello che ci fa perdere il bersaglio, e che ci lascia più infelici. E c’è il vagare voluto: decidi tu di lasciare libera la mente, in un tempo che hai scelto, senza nessun compito da tradire. Gli studiosi hanno mostrato che sono due esperienze diverse, con cause e conseguenze diverse. Prova discreta.
La pigrizia nobile è il secondo tipo. Non è una fuga dal tuo Unico Risultato. È un tempo che gli hai dato tu, apposta, con il permesso di non servire a niente.
E paradossalmente, serve a molto.
Che cosa fa la mente quando la lasci libera
Quando smettiamo di inseguire un compito, la mente non si spegne. Cambia lavoro.
Una ricerca dell’Università della California ha osservato che, quando la mente vaga, va molto spesso verso il futuro: immagina, prepara, mette in ordine i propri progetti. Prova discreta. È come se la mente approfittasse della pausa per ridisegnare la mappa della tua vita. Ricollega il passato al domani. Rimette le cose al loro posto. È quello che io chiamo il reset dell’orizzonte: il momento in cui torni a vedere la tua vita intera, e non solo la prossima mail.
Un’altra ricerca dello stesso gruppo ha trovato che le persone che, tra un tentativo e l’altro di risolvere un problema creativo, facevano un compito leggero che lasciava vagare la mente, trovavano poi più soluzioni nuove. Prova discreta. Le idee migliori, a volte, arrivano quando smetti di cercarle.
Le quattro cose che si trovano nel silenzio
Nella pigrizia nobile non c’è un compito. Ma ci sono quattro porte che puoi lasciare aperte. Non devi attraversarle tutte, ogni giorno. Lascia che sia la mente a scegliere.
La prima porta è l’orizzonte. Dove sto andando? Che cosa conta davvero per me, quest’anno, in questa vita? Non per decidere, solo per guardare.
La seconda porta è la felicità che già c’è. Le cose belle che vivono dentro di te: una qualità che ti piace, un ricordo che ti scalda, una passione che avevi dimenticato. Spesso sono lì da sempre. Semplicemente, non le guardavi.
La terza porta è la gratitudine. Una persona, un gesto, un piccolo dono della giornata. Gli esercizi di gratitudine sono tra i più studiati della psicologia positiva, e qui ti devo l’onestà di sempre: una sintesi di ventisette studi ha trovato un effetto piccolo sui sintomi di ansia e di depressione. Prova discreta, ma piccola. Non è una medicina miracolosa. È un modo gentile di guardare la propria vita, e per molti è prezioso.
La quarta porta, la più importante, sono le persone che ami. Pensarle. Vederle nella mente, una per una. E, se puoi, stare con loro, davvero, senza telefono, senza fretta. Qui le prove sono tra le più forti di tutta la psicologia. Una grande sintesi di centoquarantotto studi ha mostrato che le persone con relazioni sociali più solide hanno una probabilità di sopravvivenza più alta di circa la metà rispetto a chi ne ha di più deboli. Prova solida. E persino la sola presenza mentale di chi amiamo ci fa bene: in un esperimento, guardare la fotografia del proprio partner riduceva il dolore percepito durante un piccolo stimolo doloroso. Prova discreta.
Pensaci: tutto il libro serve a proteggere la tua attenzione. E la cosa più bella a cui puoi darla sono le persone che ami.
Un tempo che va protetto come il lavoro
La pigrizia nobile è la prima cosa che salta, quando la giornata si riempie. Proprio per questo va protetta come il tuo Unico Risultato. Con un orario. Con un posto. Con uno scudo.
Scegli un momento fisso: dopo pranzo, prima di cena, appena rientrato a casa, la sera sul balcone. Scegli un posto: una sedia vicino alla finestra, una panchina, un sentiero da percorrere piano. E lascia il telefono in un’altra stanza. Non perché sia cattivo. Ma perché in quei quindici minuti non c’è nessuno a cui devi rispondere, tranne te.
Un’ultima cosa. A volte, nel silenzio, possono affiorare pensieri pesanti o tristi. Succede, ed è umano: lasciali passare, come nuvole, e torna a guardare la finestra o il respiro. Ma se il silenzio ti porta spesso pensieri dolorosi che non se ne vanno, non restare da solo con loro: parlane con una persona di fiducia o con un professionista. È la cosa più forte che puoi fare.
L’infinito dietro la siepe
Nel millottocentodiciannove un giovane poeta di vent’anni salì su un piccolo colle sopra Recanati e si sedette dietro una siepe che gli nascondeva l’orizzonte. Non faceva niente. Guardava, ascoltava il vento tra le piante, lasciava andare la mente. Da quel tempo vuoto nacque una delle poesie più belle della lingua italiana. Giacomo Leopardi la intitolò L’infinito.
«Sempre caro mi fu quest’ermo colle, e questa siepe, che da tanta parte dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.»
Leopardi non stava lavorando, almeno nel senso comune della parola. Stava facendo esattamente ciò che questo capitolo ti propone: stare sveglio, presente, senza un compito, e lasciare che la mente si allargasse fino all’infinito. E alla fine scrisse che naufragare in quel mare era dolce.
L’idea sul predellino
Il grande matematico francese Henri Poincaré raccontò, in un saggio sull’invenzione matematica, un episodio che è diventato famoso. Per settimane aveva lavorato senza successo a un problema difficilissimo. Poi partì per un’escursione geologica, e dimenticò completamente la matematica. Un giorno, nella cittadina di Coutances, salì su un omnibus per andare non so dove. E nel momento esatto in cui metteva il piede sul predellino, gli venne l’idea che cercava, chiara e completa, senza che nulla nei suoi pensieri precedenti sembrasse averla preparata.
Poincaré ne trasse una lezione: dopo un periodo di lavoro intenso, la mente continua a lavorare per conto suo, quando smettiamo di forzarla. È ciò che oggi i ricercatori chiamano incubazione. E la pigrizia nobile è il terreno in cui l’incubazione cresce.
La mela di Woolsthorpe
Si racconta anche, e lo raccontava lo stesso Isaac Newton da anziano al suo amico William Stukeley, che l’idea della gravitazione universale gli venne mentre sedeva in giardino, nella casa di campagna di Woolsthorpe, in un momento di riflessione tranquilla, vedendo cadere una mela. Era il periodo in cui l’università era chiusa per la peste, e Newton aveva, per la prima volta, molto tempo libero.
Non sappiamo quanto questa storia sia precisa nei dettagli. Ma il suo cuore è credibile, e ci parla: alcune delle idee più grandi della storia sono nate non alla scrivania, ma sotto un albero, in un tempo apparentemente vuoto.
I quindici minuti di Luca
Luca è quello che fa più fatica con la pigrizia nobile. Il primo giorno resiste tre minuti. Poi prende il telefono quasi senza accorgersene. Si sente come uno dei partecipanti all’esperimento della Virginia: pur di fare qualcosa, avrebbe premuto qualsiasi pulsante.
Allora comincia da cinque minuti. Sul balcone, dopo cena, con il telefono in cucina. Guarda le luci dei palazzi di fronte. La prima settimana è noiosa. La seconda è inquieta: arrivano pensieri sul lavoro, sulla madre lontana, su una ragazza che non sente da anni. La terza settimana succede qualcosa di nuovo. Luca si accorge di pensare a che cosa vuole davvero fare tra cinque anni. Non a che cosa deve fare domani. A che cosa vuole fare della sua vita.
Da quei minuti sul balcone nasce un’idea: un piccolo programma gratuito per aiutare le associazioni di volontariato del suo quartiere a organizzare i turni. Diventerà il suo Unico Risultato del sabato mattina. E il suo modo di sentirsi, come scrive sul quaderno, «utile a qualcuno, non solo occupato».
La gratitudine di Paolo
Paolo, all’inizio, trova l’esercizio della gratitudine un po’ sdolcinato. Non è un uomo da sentimentalismi. Ma lo prova, una sera, con la regola della precisione: non una cosa generica, ma una cosa precisa di oggi.
La prima sera scrive: «La signora Carmela che è tornata a ringraziarmi per la bicicletta del nipote». La seconda: «Il caffè di mia moglie, che me lo ha portato in negozio senza che glielo chiedessi». La terza: «Il ragazzo in bicicletta che ho visto attraversare sulle strisce, sano e salvo». Quella terza riga lo fa fermare a lungo.
Dopo qualche settimana Paolo si accorge che, durante il giorno, nota cose belle che prima non vedeva. Non perché siano aumentate. Perché ha cominciato a guardarle.
Rosa e le persone che ama
Per Rosa, la quarta porta, quella delle persone amate, si apre ogni pomeriggio, alle cinque, quando si siede sulla poltrona vicino alla finestra.
Pensa, una per una, alle persone della sua vita. Al marito che non c’è più, e a una cosa bella che hanno vissuto insieme: il viaggio a Venezia per i venticinque anni di matrimonio. Alla figlia, ai nipoti. A un’amica d’infanzia che vive in Argentina. A ciascuno manda, nella mente, un augurio.
Una sera, dopo aver pensato all’amica in Argentina, decide di trasformare il pensiero in presenza. La chiama. Non si sentivano da sette anni. Parlano per un’ora, ridono, piangono un po’. Prima di salutarsi, l’amica le dice: Rosa, sapevi che stavo pensando proprio a te? Rosa non lo sapeva. Ma da quel giorno si sentono ogni domenica.
Petrarca sul Monte Ventoso
Nel milletrecentotrentasei Francesco Petrarca salì sul Monte Ventoso, in Provenza, insieme al fratello. Lo racconta in una lettera famosa. Arrivato in cima, davanti a un panorama immenso, aprì a caso un libro che portava sempre con sé, le Confessioni di Sant’Agostino. E lesse una frase che diceva, più o meno: gli uomini vanno ad ammirare le altezze dei monti e i grandi flutti del mare, e trascurano sé stessi.
Petrarca racconta di essere rimasto in silenzio a lungo. Era salito fin lassù per guardare il mondo, e il mondo gli aveva restituito la domanda più importante: e tu, chi sei? Dove stai andando?
È la prima porta della pigrizia nobile: il reset dell’orizzonte. Non serve salire su una montagna. Bastano quindici minuti di silenzio, una sedia vicino alla finestra, e il coraggio di lasciare che quella domanda arrivi.
Il bagno di Archimede
E poi c’è la storia più famosa di tutte, quella dell’eureka. La racconta l’architetto romano Vitruvio, più di due secoli dopo i fatti, e probabilmente è in parte una leggenda. Il re di Siracusa aveva chiesto ad Archimede di scoprire se una corona fosse d’oro puro, senza rovinarla. Archimede ci pensava da giorni, senza trovare la soluzione. Poi, un giorno, entrò in una vasca da bagno, e vide l’acqua salire mentre il suo corpo si immergeva. In quell’istante capì come misurare il volume della corona. E, secondo il racconto, corse fuori gridando: eureka, ho trovato.
Leggenda o no, la storia ci dice una cosa vera. La soluzione non arrivò mentre Archimede la cercava con tutte le sue forze. Arrivò in un momento di riposo, quando la mente, finalmente libera, poté fare il collegamento decisivo.
Giulia e la pigrizia nobile
Giulia è quella che oppone più resistenza alla pigrizia nobile. Ha sempre pensato che il tempo libero vada riempito. Con un libro, una lezione da preparare, una telefonata da fare. Stare quindici minuti senza fare niente le sembra uno spreco imperdonabile.
La prima settimana, quando si siede sul divano senza fare niente, si sente in colpa. La seconda, si annoia. La terza, durante uno di quei quindici minuti, le torna in mente il volto di suo padre, morto qualche anno prima, mentre le insegnava a riconoscere le tracce degli animali nel bosco. Si commuove. E capisce, all’improvviso, da dove viene la sua volpe.
Quella sera scrive, nella domanda dell’Opportunità: «Nella mia pigrizia nobile si è aperto il ricordo di papà. La volpe è sua». Il libro dei racconti, ora, ha una dedica.
La pigrizia nobile di Anna
Anna, durante il periodo degli esami, pensa di non potersi permettere la pigrizia nobile. Quindici minuti al giorno senza fare niente le sembrano un furto ai suoi libri.
Poi, una sera, dopo una giornata di studio in cui non è riuscita a capire niente del sistema renale, cede. Si siede sul balcone, senza telefono, senza libri, e guarda il cielo che diventa scuro. Non pensa a niente di preciso. Pensa a sua nonna, a una vacanza al mare da bambina, al suono della risacca.
Quando rientra, quindici minuti dopo, apre il libro alla pagina del sistema renale. E per la prima volta in tutta la giornata, la capisce. Non sa spiegare perché. Forse la sua mente aveva continuato a lavorare per conto suo, come quella di Poincaré sul predellino. Forse aveva solo bisogno di respirare. Da quella sera, Anna non salta più i suoi quindici minuti. Soprattutto nei giorni più pieni.
Gli esercizi del capitolo
La pigrizia nobile entra nel tuo allenamento dal primo giorno, insieme alla prima e all’ultima riga. Comincia dal primo esercizio, e aggiungi gli altri solo quando ti va. Qui più che altrove, nessuna fretta.
La sera, la quarta domanda del bilancio ti chiederà proprio questo: nella tua pigrizia nobile, che cosa si è aperto, per te o per gli altri? Basta una parola.
Esercizio nove punto uno: i quindici minuti
Quando: ogni giorno, alla stessa ora e nello stesso posto. Quanto tempo: quindici o venti minuti. Se all’inizio è troppo, comincia con cinque e aggiungi due minuti ogni settimana.
Come si fa. Lascia il telefono in un’altra stanza. Siediti vicino a una finestra, o cammina piano all’aperto. Tocca il bracciale o fai ruotare l’anello e di’ dentro di te: «Adesso niente». Poi non fare niente. Non leggere, non ascoltare, non pianificare. Guarda, respira, lascia che i pensieri vengano e vadano. Se ti viene voglia di prendere il telefono, sorridi: è l’onda che conosci già. Lasciala passare.
Perché funziona. Stare con la propria mente è una capacità che si allena. E un vagare scelto, in un tempo protetto, è molto diverso dal vagare che ci ruba il bersaglio.
Come capisci che funziona. Quando, un giorno, i quindici minuti finiscono e ti sorprendi a desiderarne ancora.
Esercizio nove punto due: il reset dell’orizzonte
Quando: una o due volte alla settimana, dentro i tuoi quindici minuti. Quanto tempo: quello che serve, senza fretta.
Come si fa. Lascia che la mente si allontani dall’oggi. Immagina te stesso tra un anno. Poi tra dieci. Che cosa ti renderebbe felice di aver fatto? Chi vorresti accanto? Non scrivere niente, non decidere niente. Guarda soltanto. Poi, piano piano, torna a oggi, e chiediti: c’è una cosa piccola che domani potrebbe avvicinarmi a quell’orizzonte? Se c’è, potrebbe diventare un tuo Unico Risultato.
Perché funziona. Quando la lasciamo libera, la mente tende ad andare verso il futuro e a ordinare i propri progetti. Dare tempo a questo movimento ti restituisce la visione intera della tua vita.
Come capisci che funziona. Quando i tuoi Unici Risultati cominciano a somigliare sempre di più alla vita che vuoi.
Esercizio nove punto tre: le cose belle dentro di te
Quando: una volta alla settimana, dentro i tuoi quindici minuti. Quanto tempo: cinque minuti.
Come si fa. Lascia che emergano tre cose belle che vivono dentro di te. Una qualità che ti piace di te stesso. Un ricordo che ti scalda. Una passione, anche piccola, anche dimenticata. Restaci un po’, senza giudicare. Se vuoi, la sera, scrivile sul quaderno.
Perché funziona. Ciò che guardiamo cresce. Una mente sempre rivolta ai problemi dimentica le proprie risorse. Ricordarle è un modo di tornare a sé.
Come capisci che funziona. Quando, in una giornata difficile, una di quelle cose belle ti torna in mente da sola.
Esercizio nove punto quattro: la gratitudine
Quando: ogni sera, dopo il QuDiVi, oppure dentro i tuoi quindici minuti. Quanto tempo: due minuti.
Come si fa. Pensa a una cosa per cui sei grato oggi. Una sola, ma precisa. Non «la mia famiglia», ma «il sorriso di mia figlia a colazione». Se vuoi, aggiungi una persona a cui sei grato, e chiediti se puoi dirglielo.
Perché funziona. Gli esercizi di gratitudine hanno un effetto piccolo ma reale sull’ansia e sull’umore. E guardare con precisione ciò che di buono è accaduto allena l’attenzione a vedere anche il bello.
Come capisci che funziona. Quando, durante il giorno, ti accorgi di notare una cosa bella pensando: stasera la scrivo.
Esercizio nove punto cinque: con chi ami
Quando: ogni giorno, dentro i tuoi quindici minuti, e ogni volta che puoi, di persona. Quanto tempo: quanto vuoi.
Come si fa. Pensa, una per una, alle persone che ami. Vedi il loro volto. Ricorda una cosa bella che avete vissuto insieme. Manda a ciascuna, nella tua mente, un augurio. E almeno una volta alla settimana, trasforma il pensiero in presenza: un tempo con una persona cara, telefoni lontani, attenzione intera. Una passeggiata, un caffè, una cena, una telefonata vera.
Perché funziona. Le relazioni solide sono tra i fattori più potenti per la salute e la vita lunga. E anche la sola presenza mentale di chi amiamo ci fa bene.
Come capisci che funziona. Quando qualcuno che ami ti dice: mi sei mancato, ed è bello averti qui. Tutto.
Riepilogo del capitolo nove
I concetti chiave.
La pigrizia nobile è un tempo di almeno quindici o venti minuti al giorno in cui non fai niente: sveglio, presente, senza telefono, senza compiti. Gli antichi lo chiamavano ozio, e lo consideravano il tempo della parte migliore di sé.
Stare con la propria mente è difficile, e molte persone preferiscono qualsiasi attività al silenzio. Proprio per questo va allenato, cominciando anche da pochi minuti.
Il vagare scelto, in un tempo protetto, è diverso dal vagare involontario che ci ruba il bersaglio. Quando è libera, la mente va verso il futuro, ordina i progetti, trova idee nuove: è il reset dell’orizzonte.
Nel silenzio si aprono quattro porte: l’orizzonte della tua vita, le cose belle che vivono dentro di te, la gratitudine, e le persone che ami. Le relazioni solide sono tra i fattori più forti per la salute e la vita lunga.
La pigrizia nobile va protetta come il lavoro: con un orario, un posto, e il telefono in un’altra stanza.
Le tue domande di verifica.
Perché in un libro sulla concentrazione c’è un capitolo sul non fare niente?
Qual è la differenza tra il vagare involontario e il vagare scelto?
Che cosa significa resettare l’orizzonte?
Quali sono le quattro porte che si possono aprire nel silenzio? Quale ti attira di più?
A che ora, e in quale posto, farai i tuoi quindici minuti?
L’esercizio per domani.
Domani scegli un’ora e un posto. Lascia il telefono in un’altra stanza, tocca il bracciale, di’ «Adesso niente», e resta quindici minuti con te stesso. Se è troppo, cominciane cinque. Poi, prima di dormire, pensa a una persona che ami, e mandale un augurio. Hai appena fatto la cosa più semplice e più difficile di tutto il libro. E forse la più bella.
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