Capitolo otto — Chiudere per aprire: le transizioni

APPOFocus — Marco Costanzo · sezione 16 di 37


«Per ogni cosa c’è il suo momento, un tempo per ogni faccenda sotto il cielo.»

Qoèlet, capitolo terzo.

La porta tra due stanze

Immagina di passare da una stanza all’altra, ma di lasciare la porta socchiusa. Dall’altra stanza continuano ad arrivare rumori, voci, una luce accesa. Sei nella stanza nuova, ma metà della tua attenzione è rimasta di là.

È quello che succede ogni volta che passiamo da un compito all’altro senza chiudere bene il primo. E succede decine di volte al giorno: dalla mail alla telefonata, dalla riunione al documento, dal lavoro alla cena. Molta della nostra attenzione non si perde durante i compiti. Si perde tra un compito e l’altro, sulle soglie.

Questo capitolo ti insegna a chiudere le porte. Non per isolarti, ma per entrare davvero nella stanza in cui sei.

Il residuo attentivo

La ricercatrice Sophie Leroy ha dato un nome a quella porta socchiusa: residuo attentivo. Quando lasciamo un compito per passare a un altro, una parte dell’attenzione resta attaccata al primo. E con meno attenzione disponibile, il secondo compito viene peggio.

Nei suoi esperimenti, il residuo era più forte in due casi. Quando il primo compito restava incompiuto. E quando si sapeva che, tornandoci, si sarebbe dovuto correre. In quelle condizioni, le persone lavoravano al nuovo compito con meno cura, notavano meno errori, sceglievano peggio. Prova discreta.

Ti riconosci? Rispondi a una mail mentre pensi ancora al progetto lasciato a metà. Sei in riunione e ripensi alla telefonata di prima. Sei a cena e la testa è ancora alla scrivania. Non è distrazione nel senso comune. È attenzione rimasta indietro.

Un minuto che libera la mente

La buona notizia è che Leroy ha trovato anche il rimedio, ed è sorprendentemente semplice.

Insieme alla collega Theresa Glomb, ha chiesto ad alcune persone interrotte di fare una cosa sola prima di passare al nuovo compito: scrivere in breve dove erano arrivate e come avrebbero ripreso. Un piano per riprendere, niente di più. Chi lo faceva aveva meno residuo attentivo e lavorava meglio sul compito successivo. Prova discreta. Bastava un minuto.

Perché funziona? Un’altra ricerca lo spiega bene. Gli psicologi E. J. Masicampo e Roy Baumeister hanno studiato gli obiettivi lasciati in sospeso. Hanno visto che un obiettivo incompiuto continua a bussare alla mente, e disturba ciò che stai facendo. Ma hanno visto anche che basta fare un piano concreto per quell’obiettivo, senza ancora realizzarlo, perché smetta di bussare. Prova discreta. È come se la mente dicesse: d’accordo, so quando e come ci tornerò, allora posso lasciarlo andare.

Il piano per riprendere, insomma, non serve solo a ripartire più in fretta. Serve a liberarti adesso.

Le soglie della giornata

Ci sono tre tipi di soglie, e ognuna ha il suo gesto.

La prima soglia è l’interruzione che arriva da fuori. Squilla il telefono, entra qualcuno, arriva un’urgenza vera. Non sempre hai un minuto. Ma quasi sempre hai dieci secondi: il tempo di scrivere una parola o una frase su dove eri. È un piano per riprendere in miniatura. E quando torni, quella parola ti riporta lì in un attimo.

La seconda soglia è il passaggio tra due impegni. Due riunioni una dopo l’altra, due lezioni, due clienti. Qui il rimedio è un piccolo cuscinetto di qualche minuto. Un’indagine di Microsoft, che ha misurato l’attività cerebrale di un piccolo gruppo di persone durante riunioni consecutive, ha osservato che senza pause i segni di stress crescevano riunione dopo riunione, mentre brevi pause in mezzo li tenevano bassi. Prova debole: pochi partecipanti, e uno studio aziendale. Ma l’indicazione è sensata, e costa poco provarla.

La terza soglia è la fine della giornata. È la porta più importante, perché separa il lavoro dalla tua vita. Se la lasci socchiusa, il lavoro ti segue a cena, sul divano, nel letto. Per questo, alla fine della giornata, ti propongo un piccolo rito di chiusura: guardi ciò che è rimasto aperto, scrivi per ciascuna cosa quando e come la riprenderai, e chiudi con una frase. Chi studia il lavoro profondo, come Cal Newport, consiglia un rito simile. Qui la prova diretta è debole, ma il meccanismo è quello che hai appena visto: un piano zittisce l’obiettivo in sospeso.

Finire in un punto buono

C’è un ultimo segreto delle transizioni, ed è il più semplice. Quando puoi scegliere, non fermarti a caso. Fermati in un punto buono.

Un punto buono è la fine di un paragrafo, di un calcolo, di una telefonata. Un punto in cui il pensiero è completo. Fermarsi lì lascia meno residuo, perché la mente sente di aver chiuso qualcosa.

E quando hai tante piccole cose da sbrigare, raccoglile. Rispondere a dieci messaggi in un unico momento costa una soglia sola. Rispondere a dieci messaggi sparsi nella giornata costa dieci soglie, e dieci porte socchiuse.

Il segreto di Hemingway

Ernest Hemingway aveva un’abitudine che raccontò più volte, e che descrisse anche nelle sue memorie parigine. Quando scriveva, non si fermava mai quando era a corto di idee. Si fermava quando sapeva esattamente che cosa sarebbe successo dopo. In quel modo, diceva, il giorno dopo era sicuro di poter ripartire.

È il minuto di ripresa nella sua forma più elegante. Hemingway non lasciava il lavoro a metà in un punto qualsiasi. Lo lasciava in un punto buono, con il prossimo passo già chiaro nella testa. E il residuo attentivo, invece di tormentarlo, diventava una promessa per il mattino dopo.

Le riunioni di Luca

Luca ha giornate fatte di riunioni attaccate l’una all’altra. Prima di questo capitolo, passava dall’una all’altra di corsa, con il computer sotto il braccio, e arrivava a ogni riunione con la testa ancora in quella precedente.

Prova il cuscinetto. Chiede di accorciare tutte le riunioni che organizza: da sessanta a cinquanta minuti, da trenta a venticinque. Nei minuti liberi scrive una riga su ciò che resta da fare della riunione appena finita, si alza, fa due passi fino alla finestra, beve un sorso d’acqua, e guarda il titolo della riunione successiva.

Dopo due settimane un collega gli chiede: come fai ad arrivare sempre così lucido alle riunioni del pomeriggio? Luca sorride. Non ha fatto niente di speciale. Ha solo chiuso le porte.

Segna e vai, in negozio

Per Paolo, il segna e vai diventa un’abitudine da bottega. Quando lavora al sito ed entra un cliente, prima di alzarsi scrive una parola su un post-it giallo attaccato al portatile: «foto rossa», «testo orari», «prezzo usato». Poi serve il cliente con tutta l’attenzione.

Quando il cliente esce, legge il post-it e riprende esattamente da lì. Prima, ogni cliente gli costava dieci minuti per ritrovare il filo. Ora gliene costa venti secondi. Un pomeriggio conta i post-it: diciassette. Diciassette clienti serviti, e il sito che va avanti lo stesso.

Chiuso per oggi

Giulia è quella che trae più beneficio dalla chiusura della giornata. Per anni, la scuola l’aveva seguita a casa, a cena, perfino nel letto. Si addormentava pensando ai compiti da preparare e si svegliava pensando alla riunione del giorno dopo.

Ora, alle sette di sera, apre il quaderno. Guarda ciò che è rimasto aperto. Per ogni cosa importante, scrive quando e come la riprenderà. Sceglie il candidato per l’Unico Risultato di domani. E poi, ad alta voce, dice: chiuso per oggi.

La prima volta suo marito la guarda sorpreso. Poi comincia a dirlo anche lui, quando chiude il computer del lavoro. Dopo qualche settimana, lo dicono anche i figli, quando finiscono i compiti. È diventata una piccola frase di famiglia, il segnale che da lì in poi la sera appartiene a loro.

Le lezioni di Anna

Anna ha giornate di lezioni in università, una dopo l’altra, in aule diverse. Prima del metodo, arrivava a ogni lezione con la testa ancora in quella precedente, e la prima mezz’ora la passava a mettere in ordine i pensieri.

Ora, quando una lezione finisce, si concede il suo cuscinetto. Scrive due righe sul quaderno: le tre cose più importanti che ha sentito, e una domanda da fare al professore. Poi cammina fino all’aula successiva senza guardare il telefono. E prima di sedersi, legge il titolo della lezione che sta per cominciare.

La differenza la nota a fine semestre, quando riapre gli appunti. Quelli delle lezioni con il cuscinetto sono più chiari, più ordinati, più utili. Quelli di prima sembrano scritti da una persona che correva.

Il residuo di Rosa

Anche Rosa conosce il residuo attentivo, anche se non lo chiamava così. Le succede quando una telefonata con la figlia finisce male, con una parola di troppo. Per ore, qualunque cosa faccia, la sua mente torna a quella telefonata.

Prova il piano per riprendere, in una versione tutta sua. Quando una telefonata la lascia turbata, scrive sul quaderno due righe: che cosa mi ha ferito, e che cosa farò. Per esempio: «Mi ha ferito che mi abbia detto che sono ansiosa. Domani la richiamo e le chiedo scusa per aver insistito». Poi chiude il quaderno.

La telefonata non scompare dalla sua mente. Ma smette di bussare in continuazione. Ha un piano, e la mente, sapendo che c’è un piano, la lascia andare. Il giorno dopo Rosa richiama la figlia. E la telefonata, questa volta, finisce con una risata.

La chiusura di Luca

Per Luca la chiusura della giornata è stata la scoperta più inaspettata. Lavorando spesso da casa, non c’era nessun confine tra lavoro e vita. Il computer restava acceso sul tavolo del soggiorno, e la sera, guardando un film, controllava ancora la chat.

Ora, alle diciotto e trenta, fa le sue tre cose. Guarda ciò che è rimasto aperto. Scrive per ciascuna cosa importante quando la riprenderà. Sceglie il candidato per il giorno dopo. Poi chiude il computer, lo mette in un armadio, e dice: chiuso per oggi.

La prima settimana gli sembra un gesto teatrale. La seconda si accorge che dorme meglio. La terza, una sera, invita a cena una collega che gli piace da tempo. Lei, a metà serata, gli dice: è strano, sei l’unica persona che conosco che non guarda mai il telefono. Luca sorride. Non le dice del libro. Le dice solo: stasera il lavoro è chiuso.

Gli esercizi del capitolo

Entrano nella fase tre del tuo allenamento. Uno alla volta.

Esercizio otto punto uno: il minuto di ripresa

Quando: ogni volta che lasci il tuo Unico Risultato prima di averlo finito. Quanto tempo: un minuto.

È lo stesso esercizio tredici del capitolo due, ora che ne conosci il perché. Qui lo usi ogni volta che lasci il lavoro, non solo a fine sessione.

Come si fa. Prima di passare ad altro, scrivi due righe sul quaderno. Dove sono arrivato. Da dove ripartirò, con il primo passo preciso. Poi chiudi il documento, fai un respiro, e passa all’altra cosa.

Perché funziona. Un piano per riprendere riduce il residuo attentivo e migliora il lavoro sul compito successivo. E un piano concreto zittisce l’obiettivo in sospeso.

Come capisci che funziona. Quando entri nel compito nuovo e ti accorgi che la testa è lì, tutta intera.

Esercizio otto punto due: segna e vai

Quando: ogni volta che un’interruzione arriva all’improvviso. Quanto tempo: dieci secondi.

Come si fa. Prima di rispondere al telefono o di girarti verso chi ti chiama, scrivi una parola o una frase su dove eri. «Terzo paragrafo, esempio.» «Riga quaranta, controllare il totale.» Se non puoi scrivere, dilla a voce bassa. Poi rispondi. Quando torni, leggi la parola, tocca il bracciale, e riparti.

Perché funziona. È il piano per riprendere nella sua forma più breve. Bastano pochi secondi per lasciare un segno che ti riporta al punto giusto.

Come capisci che funziona. Quando torni da un’interruzione e riparti subito, invece di chiederti: dov’ero?

Esercizio otto punto tre: il cuscinetto

Quando: tra due impegni consecutivi, come due riunioni, due lezioni, due appuntamenti. Quanto tempo: da due a cinque minuti.

Come si fa. Quando finisce il primo impegno, non correre subito al secondo. Scrivi una riga su ciò che resta da fare del primo. Poi alzati, fai tre respiri lenti, bevi un sorso d’acqua. Infine guarda il secondo impegno per un istante: qual è il suo scopo? Ora entra. Se organizzi tu le riunioni, prova a farle finire cinque minuti prima della mezz’ora o dell’ora: regali il cuscinetto anche agli altri.

Perché funziona. Un passaggio pulito chiude una porta prima di aprirne un’altra. E le pause brevi tra un impegno e l’altro sembrano tenere basso lo stress.

Come capisci che funziona. Quando arrivi all’ultimo impegno della giornata ancora lucido.

Esercizio otto punto quattro: la chiusura della giornata

Quando: ogni sera, alla fine del lavoro o dello studio. Quanto tempo: cinque minuti.

Come si fa. Fai tre cose. Prima, guarda ciò che è rimasto aperto: messaggi, compiti, promesse. Seconda, per ciascuna cosa importante scrivi quando e come la riprenderai: domani alle dieci, dopo la sessione, venerdì. Terza, scegli il candidato per l’Unico Risultato di domani. Poi chiudi il quaderno e di’ una frase, sempre la stessa: «Chiuso per oggi». Da quel momento, il lavoro aspetta fino a domani.

Perché funziona. Un piano concreto per ciò che resta in sospeso aiuta la mente a lasciarlo andare. E una frase sempre uguale diventa il segnale che la giornata di lavoro è finita.

Come capisci che funziona. Quando a cena ti accorgi che stai pensando a chi hai davanti, e non alla scrivania.

Esercizio otto punto cinque: i piccoli compiti raccolti

Quando: ogni giorno, in uno o due momenti fissi, lontani dalla tua finestra d’oro. Quanto tempo: venti o trenta minuti.

Come si fa. Durante il giorno, quando arriva una piccola cosa da fare, una mail breve, una telefonata da restituire, un modulo, non farla subito. Scrivila in una lista sul quaderno. Poi, nel momento fisso, sbrigale tutte insieme, una dopo l’altra. E quando lavori al tuo Unico Risultato, fermati solo in un punto buono: alla fine di un paragrafo, di un calcolo, di un passaggio.

Perché funziona. Ogni passaggio da un compito all’altro lascia un po’ di residuo. Raccogliere le piccole cose riduce il numero di passaggi. E fermarsi in un punto buono lascia la mente più libera.

Come capisci che funziona. Quando la lista delle piccole cose si svuota in mezz’ora, e il resto della giornata resta tuo.

Riepilogo del capitolo otto

I concetti chiave.

Molta attenzione si perde tra un compito e l’altro. Quando lasci un compito, una parte dell’attenzione resta lì: è il residuo attentivo. È più forte quando il compito resta incompiuto e quando sai che dovrai correre per finirlo.

Il rimedio è un piano per riprendere: due righe su dove sei arrivato e da dove ripartirai. Riduce il residuo e migliora il lavoro successivo. Un piano concreto, anche senza realizzarlo, zittisce l’obiettivo in sospeso.

Ogni soglia ha il suo gesto: dieci secondi per segnare dove eri prima di un’interruzione; qualche minuto di cuscinetto tra due impegni; un rito di chiusura alla fine della giornata. E quando puoi, fermati in un punto buono e raccogli le piccole cose in un momento solo.

Le tue domande di verifica.

Che cos’è il residuo attentivo, e quando è più forte?

Perché un piano per riprendere aiuta a liberare la mente adesso, e non solo dopo?

Quali sono le tre soglie della giornata, e qual è il gesto per ciascuna?

Che cosa significa fermarsi in un punto buono?

L’esercizio per domani.

Domani sera, alla fine del lavoro, fai la tua prima chiusura della giornata. Guarda ciò che è rimasto aperto, scrivi quando lo riprenderai, scegli il bersaglio di domani, e di’ «Chiuso per oggi». Poi goditi la serata. Te la sei guadagnata, e ora è davvero tua.

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