Un articolo con il metodo APPO: Aspirazione, Problema, Progetto, Opportunità
La domanda che mi hanno fatto
Qualche giorno fa una persona mi ha scritto una frase che mi è rimasta addosso: «Sono sempre stato gentile, ma comincio a pensare che sia una debolezza. Chi è gentile viene scavalcato. Come faccio a non perdere la gentilezza senza diventare uno zerbino?».
È una domanda onesta, e merita una risposta altrettanto onesta. Non la risposta da biglietto d’auguri, «sii gentile e il mondo ti sorriderà». Il mondo non sempre sorride. A volte la gentilezza viene fraintesa, sfruttata o semplicemente ignorata. Chi me lo chiede lo sa benissimo, perché lo ha vissuto.
Per questo vorrei affrontare la questione come affronto qualsiasi problema che mi viene sottoposto: con il metodo APPO. Quattro passaggi, Aspirazione, Problema, Progetto e Opportunità, che servono a fare ordine quando un desiderio e la realtà sembrano andare in direzioni opposte.
A — L’Aspirazione: da dove nasce davvero la domanda
Prima di cercare motivazioni, conviene capire che cosa desidera chi pone la domanda. Perché dietro «come faccio a non perdere la gentilezza?» non c’è un problema di galateo. C’è un’aspirazione molto più profonda.
L’aspirazione è restare la persona che si vuole essere, anche quando il mondo spinge a diventare qualcun altro.
Chi teme di perdere la gentilezza non vuole semplicemente essere cortese. Vuole proteggere un’idea di sé: «Io sono uno che tratta bene gli altri. È parte di come voglio stare al mondo». Quando qualcuno ci risponde male, ci scavalca in coda o approfitta della nostra disponibilità, non è in gioco solo la serata rovinata. È in gioco la coerenza tra ciò che siamo e ciò che stiamo diventando.
C’è anche un secondo strato, più fragile: il desiderio di non diventare cinici. Molti di noi hanno conosciuto persone che, dopo qualche delusione, hanno chiuso le porte. «Con la gente non bisogna essere troppo buoni», dicono. Sembrano più protette, ma spesso sono anche più sole. La paura di finire così è, in fondo, una paura di perdere una parte viva di sé.
Nominare l’aspirazione cambia la prospettiva. Se il punto fosse «essere gentili per ottenere gentilezza», basterebbe una giornata storta per smentirci. Se invece il punto è «essere fedeli alla persona che voglio essere», la gentilezza smette di essere uno scambio e diventa una scelta. E le scelte non dipendono dalla risposta degli altri.
P — Il Problema: che cosa ci fa perdere la gentilezza
Osserviamo il problema con precisione, senza giudicarci. Di solito non perdiamo la gentilezza tutta in una volta. La perdiamo a pezzi, in situazioni ricorrenti. Ne vedo almeno quattro.
La stanchezza. È il nemico più sottovalutato. Una persona esausta non diventa cattiva: diventa impaziente. La risposta brusca al familiare che chiede una cosa semplice, il tono secco con il collega, il sospiro davanti a una domanda ripetuta. Spesso non è mancanza di valori, è mancanza di energie.
La confusione tra gentilezza e accondiscendenza. Qui sta il cuore della domanda che mi è stata posta. Se credo che essere gentile significhi dire sempre sì, non contraddire mai, sopportare tutto, allora prima o poi la gentilezza mi presenterà un conto insostenibile. E a quel punto sarò tentato di buttarla via intera, invece di correggerne il significato.
La reciprocità mancata. «Io sono gentile, lui no. Perché dovrei continuare?» È un pensiero comprensibile. Ma se la mia gentilezza dipende dal comportamento altrui, allora sono gli altri a decidere chi sono io. È una delega pericolosa.
Il clima che respiriamo. Discussioni online aggressive, notizie che alimentano la rabbia, ambienti di lavoro competitivi. Quando intorno a noi la durezza diventa normale, la gentilezza sembra ingenua, quasi fuori moda.
Nota una cosa: nessuno di questi problemi dice «sei una persona sbagliata». Dicono che ci sono condizioni precise in cui la gentilezza diventa più difficile. E le condizioni, almeno in parte, si possono riconoscere e modificare.
Le motivazioni che reggono quando tutto il resto vacilla
Prima di passare al progetto, rispondiamo alla domanda del titolo. Quali motivazioni trovare? Non tutte le motivazioni sono uguali: alcune crollano alla prima delusione, altre reggono. Ecco quelle che, secondo me, reggono.
1. La gentilezza parla di te, non dell’altro. Quando sei gentile con chi non lo merita, non stai premiando lui: stai confermando chi sei tu. È la motivazione più solida, perché non dipende da nessuno.
2. La gentilezza non è debolezza, è controllo. Rispondere con calma a chi ti provoca richiede più forza che rispondere a tono. Chi perde la pazienza viene guidato dall’impulso; chi resta gentile sceglie. E scegliere è una forma di libertà.
3. Non conosci la battaglia dell’altro. L’impiegata scortese allo sportello potrebbe avere un figlio in ospedale. L’automobilista che ti taglia la strada potrebbe correre da un genitore malato. Non è una giustificazione dei comportamenti sbagliati, ma un promemoria: spesso vediamo un gesto e ignoriamo la storia che lo accompagna.
4. La gentilezza costruisce il luogo in cui vivi. Ogni famiglia, ufficio, quartiere ha un clima. Quel clima è fatto di migliaia di piccoli gesti. Puoi decidere se i tuoi aggiungono durezza o la tolgono. Non cambierai il mondo, ma puoi rendere migliore il pezzo di mondo in cui ti muovi.
5. Chi è gentile resta aperto alle persone. Il cinismo protegge, ma isola. La gentilezza ti lascia esposto alle delusioni, è vero; ti lascia esposto anche agli incontri belli, alle amicizie inattese, alla fiducia che nasce piano.
6. Un giorno la gentilezza sarai tu a riceverla. Non come scambio contabile, ma perché tutti, prima o poi, attraversiamo un momento fragile. Chi ha imparato a dare gentilezza sa anche riconoscerla e accoglierla quando ne ha bisogno.
P — Il Progetto: come proteggere la gentilezza nella vita reale
Le motivazioni sono la bussola. Ma senza un progetto restano buone intenzioni. Ecco alcune azioni concrete, piccole abbastanza da entrare in una giornata vera.
Ridefinisci la gentilezza. Scrivi su un foglio: «Essere gentile non significa dire sempre sì. Significa trattare l’altro con rispetto, anche quando gli dico no». Questa frase sola può risolvere metà del problema. Puoi rifiutare una richiesta in modo gentile. Puoi difendere un confine in modo gentile. Puoi perfino essere molto fermo e restare gentile. Il contrario della gentilezza non è la fermezza, è il disprezzo.
Inserisci una pausa prima di rispondere. Quando senti salire l’irritazione, concediti un respiro, o qualche secondo prima di premere «invia». Non per reprimere ciò che provi, ma per dare alla tua scelta il tempo di arrivare prima dell’impulso.
Cura la tua energia. Se ti accorgi che diventi brusco soprattutto la sera, o quando salti i pasti, o dopo una certa riunione, il problema non è il tuo carattere: è il carico. Proteggere il sonno, le pause e qualche momento per te è un investimento sulla tua gentilezza.
Usa l’Agenda APPO. Al mattino scrivi una riga: «Oggi voglio essere gentile con… in questo modo…». Una sola persona, un solo gesto. La sera osserva: dove ci sei riuscito? Dove l’hai persa? Che cosa stava succedendo in quel momento? Dopo una settimana, rileggi. Scoprirai probabilmente che la gentilezza non ti sfugge a caso, ma in circostanze precise. E le circostanze precise si possono preparare.
Ripara quando sbagli. Perderai la pazienza, succede a tutti. Il progetto non è la perfezione, è il ritorno. Un «scusa, prima ho risposto male, ero stanco» ripara più di quanto immagini, e ti riporta dentro la persona che vuoi essere.
Scegli con cura le tue fonti. Se ogni sera passi un’ora tra commenti aggressivi, non stupirti se il giorno dopo ti senti più duro. Riduci l’esposizione a ciò che ti incattivisce e aumenta quella a persone e contenuti che ti fanno stare meglio.
O — L’Opportunità: che cosa può nascere da questa scelta
L’ultima lettera ci invita a guardare ciò che prima non vedevamo.
La prima opportunità è proprio nel problema iniziale. La sensazione di essere scavalcati, che sembrava una prova contro la gentilezza, è in realtà un’occasione per maturarla. Ti costringe a imparare i confini, a dire no con rispetto, a distinguere generosità e sottomissione. Una gentilezza che ha attraversato questa prova è più forte di quella ingenua di prima.
La seconda opportunità è nelle relazioni. Le persone si accorgono di chi resta calmo e rispettoso anche nei momenti tesi. Non sempre lo dicono, ma se ne ricordano. Spesso è a quella persona che si rivolgono quando hanno bisogno di qualcuno di cui fidarsi.
La terza opportunità riguarda te. Ogni volta che scegli la gentilezza in un momento difficile, ti dimostri che non sei in balia delle circostanze. È una piccola prova di libertà interiore, e queste prove si accumulano. Col tempo diventano una forma di serenità: quella di chi sa di poter restare se stesso anche quando gli altri non collaborano.
E c’è un’ultima opportunità, forse la più bella: l’esempio. Un figlio che vede il genitore rispondere con calma a una persona scortese impara più da quella scena che da cento raccomandazioni. Un collega nuovo che trova un ambiente gentile tende a portare gentilezza a sua volta. Non controlli la catena, ma puoi essere un anello buono.
In sintesi: la gentilezza come scelta, non come scambio
Ritorniamo alla domanda iniziale: come non perdere la gentilezza senza diventare uno zerbino?
Con il metodo APPO la risposta prende forma:
• Aspirazione: restare fedele alla persona che vuoi essere, senza lasciare che la durezza altrui decida per te.
• Problema: stanchezza, confusione tra gentilezza e accondiscendenza, attesa di reciprocità, un clima che normalizza l’aggressività.
• Progetto: ridefinire la gentilezza includendo i confini, inserire una pausa prima di reagire, curare l’energia, osservare ogni giorno con l’Agenda APPO, riparare quando si sbaglia.
• Opportunità: una gentilezza più matura, relazioni più solide, libertà interiore, un esempio che si trasmette.
La gentilezza non è un ornamento per i giorni facili. È proprio nei giorni storti che mostra il suo valore. E non devi mantenerla perfetta: ti basta tornarci, ogni volta che te ne accorgi.
Esercizio per oggi. Pensa all’ultima volta che hai perso la gentilezza. Scrivi che cosa stava succedendo, di che cosa avevi bisogno in quel momento e quale gesto ti avrebbe aiutato a restare te stesso. Poi scegli una persona a cui, oggi, dedicare un piccolo gesto gentile. Non per ottenere qualcosa. Per ricordarti chi sei.
Marco Costanzo

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