Capitolo quindici — Che cos’è l’attenzione

APPOFocus — Marco Costanzo · sezione 23 di 37


Parte seconda — La scienza

Qui scopri perché ciò che hai fatto nella prima parte funziona. Non serve per allenarsi: serve per allenarsi con più fiducia. Capire il perché rende la pratica più forte, e ti permette di adattarla alla tua vita.


«L’attenzione è la presa di possesso, da parte della mente, in forma chiara e vivida, di uno tra molti oggetti o pensieri possibili.»

William James, Principi di psicologia.

Un faro, non una lampadina

Immagina una stanza buia piena di oggetti. Una lampadina accesa al centro li illuminerebbe tutti un poco. Un faro, invece, ne illumina uno, intensamente, e lascia gli altri in ombra. L’attenzione somiglia molto più a un faro che a una lampadina. Il suo compito non è vedere tutto. È scegliere.

Questa è la prima cosa da sapere sull’attenzione: è limitata, per natura. Non possiamo dare attenzione piena a due cose difficili nello stesso momento. Ed è per questo che ogni scelta di attenzione è anche una rinuncia. Quando il faro illumina il tuo Unico Risultato, tutto il resto resta, per un po’, in penombra. È esattamente ciò che vogliamo.

Le tre reti dell’attenzione

Gli studiosi del cervello, a partire dal lavoro dello psicologo Michael Posner, descrivono l’attenzione come un insieme di sistemi che lavorano insieme. Semplificando, possiamo immaginarne tre.

Il primo sistema ci tiene svegli e pronti: è l’allerta. È ciò che cala quando siamo stanchi, e che sale quando qualcosa di importante sta per succedere.

Il secondo sistema sposta il faro: è l’orientamento. Ci fa girare verso un suono, un movimento, una novità. È lui che risponde alla notifica, prima ancora che tu decida di guardarla.

Il terzo sistema decide che cosa conta: è il controllo esecutivo. Tiene a mente l’obiettivo, resiste agli inviti, risolve i conflitti tra ciò che vorremmo fare adesso e ciò che abbiamo deciso di fare. È il sistema che gli esercizi di questo libro allenano di più.

Guarda come tutto torna. Il grande silenzio delle notifiche protegge il secondo sistema dalle chiamate inutili. La finestra d’oro mette il lavoro nei momenti di allerta più alta. Gli scudi e il bersaglio scritto danno al terzo sistema un obiettivo chiaro da difendere.

La chimica della concentrazione

Dentro il cervello, una piccola regione chiamata locus coeruleus, nel tronco cerebrale, regola il livello di attivazione attraverso una sostanza, la noradrenalina. Secondo una teoria molto influente, proposta dai neuroscienziati Gary Aston-Jones e Jonathan Cohen, questo sistema funziona come un regolatore tra due modi di essere.

In un modo, ci concentriamo su ciò che stiamo facendo e lo sfruttiamo fino in fondo. Nell’altro, ci guardiamo intorno, esploriamo, cerchiamo qualcosa di nuovo. Entrambi i modi servono. Il primo per lavorare, il secondo per scoprire. Il problema nasce quando l’ambiente ci spinge di continuo verso il secondo, con mille richiami alla novità.

Da qui un’idea preziosa: troppa poca attivazione ci fa addormentare sul compito, troppa ci rende inquieti e dispersivi. Esiste una zona intermedia, la migliore per concentrarsi. Le pause, il respiro, il ritmo della sessione servono anche a restare lì.

Perché l’attenzione cede

Quando un compito dura a lungo, il controllo che tiene a mente l’obiettivo tende ad allentarsi. Non è che l’attenzione si consumi come la benzina: sembra piuttosto che l’obiettivo sbiadisca, come un suono costante che dopo un po’ non senti più. È il motivo per cui una breve pausa voluta può riaccenderlo, come hai visto nel capitolo sei.

E quando il controllo si allenta, il faro scivola. Verso uno stimolo esterno, o verso un pensiero interno. È il momento in cui nasce la distrazione. Ma è anche il momento in cui il gesto del ritorno fa il suo lavoro: riaccende l’obiettivo e riporta il faro dove vuoi tu.

Il faro di Anna

Anna, che studia medicina, è affascinata da questo capitolo. Le reti dell’attenzione le ricordano il sistema nervoso che studia sui libri. Prova l’esercizio del faro nella sua camera, guardando per un minuto la fotografia di lei bambina con il camice di plastica.

Nel primo minuto, il faro tiene: vede dettagli che non aveva mai notato, una macchia sul camice, il nastro rosso nei capelli. Nel secondo minuto, lasciando vagare lo sguardo, si accorge di quanto rapidamente salta da un oggetto all’altro: la lampada, il libro, il telefono, la finestra. Nel terzo minuto, riportare il faro sulla fotografia le costa una piccola fatica, come tirare la corda di un aquilone che il vento porta via.

Quella sera scrive sul quaderno: «Ora so che cosa sto facendo quando tocco il bracciale. Sto riprendendo la corda dell’aquilone».

La notifica e il cane

Per capire il sistema dell’orientamento, pensa a un cane che dorme in giardino. Basta un rumore improvviso, una foglia che cade, un’auto che passa, e alza la testa. Non decide di farlo. Lo fa e basta. È un riflesso antichissimo, che ha protetto i nostri antenati dai predatori per centinaia di migliaia di anni.

Il suono di una notifica parla direttamente a quel riflesso. Non chiede il permesso al tuo controllo esecutivo. Gira la testa prima che tu abbia deciso. Ecco perché il grande silenzio delle notifiche è così efficace: non chiede al tuo cervello di resistere a un riflesso. Toglie lo stimolo che lo fa scattare.

La festa e il proprio nome

Negli anni Cinquanta un ricercatore britannico, Colin Cherry, studiò un fenomeno che chiunque abbia partecipato a una festa conosce bene. In una stanza piena di voci, riusciamo ad ascoltare una sola conversazione e a ignorare tutte le altre. Pochi anni dopo un altro ricercatore britannico, Neville Moray, aggiunse il dettaglio più sorprendente: anche quando ignoriamo una voce, se quella voce pronuncia il nostro nome, spesso lo sentiamo subito.

Questo fenomeno, che da allora si chiama effetto cocktail party, ci mostra due facce dell’attenzione insieme. Da una parte, la capacità di scegliere: il faro che illumina una sola voce. Dall’altra, la sorveglianza silenziosa: una parte della mente che, anche quando siamo concentrati, continua a controllare l’ambiente, pronta a farci girare la testa per qualcosa di importante.

Ecco perché le notifiche sono così potenti. Molte di loro, in un certo senso, pronunciano il nostro nome. Un messaggio per te, qualcuno ti ha menzionato, qualcuno ha commentato la tua foto. Sono progettate per parlare proprio a quella sorveglianza silenziosa.

Il faro di Paolo

Paolo, quando legge dei tre sistemi dell’attenzione, li traduce subito nella lingua della bottega. L’allerta, dice al club dei caffè, è come la pressione delle gomme: se è troppo bassa, la bici non va; se è troppo alta, salta via a ogni sasso. L’orientamento è come il campanello: suona e ti fa girare, che tu lo voglia o no. Il controllo esecutivo è il manubrio: decide dove andare.

Gli altri ridono. Ma Anna, che studia medicina, gli dice che la metafora non è affatto sbagliata. Il metodo, aggiunge Paolo, serve a tenere la pressione giusta, a togliere il campanello dalle bici degli altri, e a non mollare mai il manubrio.

Un esercizio per sentirla

Esercizio quindici punto uno: il faro

Quando: una volta, per scoprirlo. Poi quando vuoi. Quanto tempo: tre minuti.

Come si fa. Siediti in una stanza con qualche oggetto intorno. Per un minuto, guarda un solo oggetto, nei dettagli: colore, forma, ombre. Poi, per un minuto, lascia che lo sguardo vada dove vuole, da un oggetto all’altro. Infine, per un minuto, torna al primo oggetto. Nota la differenza tra il faro puntato e il faro che vaga, e quanto è facile, o difficile, riportarlo.

Perché funziona. Sentire nel corpo come si sposta l’attenzione rende più facile accorgersi quando scappa.

Come capisci che funziona. Quando, durante la sessione, ti accorgi che il faro sta scivolando un attimo prima che scivoli.

Riepilogo del capitolo quindici

I concetti chiave.

L’attenzione è un faro, non una lampadina: è limitata e serve a scegliere. Si può descrivere come tre sistemi: allerta, orientamento e controllo esecutivo. Un sistema chimico regola il passaggio tra concentrarsi ed esplorare, e la concentrazione migliore sta in una zona intermedia di attivazione. Con il tempo l’obiettivo sbiadisce e il faro scivola: una pausa o un gesto lo riaccendono.

Le tue domande di verifica.

Quale dei tre sistemi viene chiamato in causa da una notifica? E quale difende il tuo Unico Risultato?

Perché una pausa può riaccendere l’attenzione?

L’esercizio per domani.

Domani prova l’esercizio del faro. Tre minuti. E da quel momento, ogni volta che toccherai il bracciale, saprai esattamente che cosa stai facendo: stai riportando il faro a casa.

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