Capitolo 23 — Sicurezza, convivenza e coesione

Il Comune che funziona bene — Marco Costanzo · sezione 28 di 46 · Parte quarta — IL PROGRAMMA PER AMBITI: manuale dei settori del comune

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«Devono esserci occhi sulla strada, occhi che appartengono a coloro che potremmo chiamare i proprietari naturali della strada.»
— Jane Jacobs, Vita e morte delle grandi città (The Death and Life of Great American Cities, 1961), capitolo 2

Che cosa imparerai

In questo capitolo imparerai a distinguere la sicurezza dalla paura, e a rispondere a entrambe con interventi che funzionano. Scoprirai che cosa dice la ricerca sull’illuminazione pubblica, sul controllo del vicinato, sulla videosorveglianza e sul disordine urbano, quali strumenti la legge offre ai comuni, e perché la convivenza tra persone diverse si costruisce con l’incontro.

La paura che c’è e i reati che non ci sono

In molti piccoli paesi i reati sono pochi. Eppure la paura può essere alta: una serie di furti nelle case, un episodio raccontato e ingrandito nei gruppi di messaggistica, persone sconosciute viste aggirarsi la sera. Come hai visto nel capitolo 8, la paura è reale anche quando i reati non aumentano, e va curata anche quando i dati sono rassicuranti.

Un programma APPO tiene distinte le due cose. La sicurezza si misura con i reati e gli incidenti. La paura si misura chiedendo alle persone come si sentono. Le risposte possono essere diverse, e spesso lo sono.

A — L’aspirazione: un paese in cui ci si sente a casa

Entro dieci anni, a [Comune] i reati contro le persone e le abitazioni restano rari, la quota di residenti che si sente sicura a camminare da sola la sera è cresciuta, e le persone arrivate da fuori — da un’altra regione o da un altro Paese — partecipano alla vita del paese. Lo vogliamo perché la sicurezza vera è conoscersi.

La frase di Jane Jacobs in apertura viene da un libro del 1961 sulle grandi città americane, ma descrive benissimo un piccolo paese. La sicurezza, scriveva, nasce dagli «occhi sulla strada»: persone che vivono, lavorano, passeggiano, si conoscono. Un paese con le finestre chiuse, i negozi spenti e le strade vuote è meno sicuro di uno vivo, anche con lo stesso numero di telecamere.

P — Il problema: reati, disordine, paura, distanze tra persone

La diagnosi. I dati sui reati denunciati si chiedono alla stazione dei carabinieri o alla prefettura; gli incidenti alla polizia locale; la paura si misura con una domanda nel questionario annuale: «Quanto ti senti sicuro a camminare da solo, la sera, nella zona in cui abiti?». Le passeggiate di quartiere (capitolo 2) mostrano i luoghi bui, abbandonati, percepiti come pericolosi.

Le tre zone. Scelta: l’illuminazione pubblica, la cura degli spazi, la polizia locale (spesso in forma associata), le ordinanze nei limiti di legge, i servizi sociali, la vita del paese. Influenza: le forze di polizia dello Stato, la prefettura, la magistratura. Il decreto-legge 20 febbraio 2017, n. 14, convertito dalla legge 18 aprile 2017, n. 48, ha introdotto la «sicurezza integrata» e i patti per la sicurezza urbana tra prefetto e sindaco: strumenti con cui il comune può coordinarsi formalmente con lo Stato. Destino: le tendenze generali della criminalità.

P — I progetti e le prove

L’illuminazione pubblica (prova forte, con limiti). Una revisione sistematica della Campbell Collaboration curata da Brandon Welsh e David Farrington nel 2008, su 13 studi, ha trovato che il miglioramento dell’illuminazione stradale era associato in media a una riduzione dei reati del 21 per cento nelle aree interessate rispetto alle aree di confronto. Gli autori ipotizzano due meccanismi: più visibilità, e un segnale di cura del luogo che aumenta la presenza e l’attenzione dei residenti. L’illuminazione va progettata con criterio: luce dove serve, non ovunque, con lampade efficienti (capitolo 20).

Il controllo del vicinato (prova moderata). Una revisione sistematica di Trevor Bennett, Katy Holloway e David Farrington (Campbell Collaboration, 2008) ha trovato che i programmi di controllo del vicinato erano associati a una riduzione relativa dei reati tra il 16 e il 26 per cento. Gli autori stessi segnalano i limiti: studi di qualità diversa, non tutti con risultati positivi, aree di confronto non sempre simili. In un piccolo paese il controllo del vicinato funziona meglio quando è parte di una rete di conoscenza tra vicini, coordinata con le forze dell’ordine, e non diventa una ronda o un gruppo di sospetti.

La videosorveglianza (prova moderata, effetti modesti e dipendenti dal contesto). Le revisioni sistematiche di Welsh e Farrington sulla videosorveglianza negli spazi pubblici hanno trovato effetti complessivamente modesti, più evidenti in alcuni contesti, come i parcheggi, e molto più deboli altrove. Le telecamere possono aiutare le indagini; da sole raramente riducono la paura o i reati. Vanno considerate uno strumento tra altri, nel rispetto della normativa sulla protezione dei dati personali, non la risposta a tutto.

La cura dei luoghi (prova moderata). Nel 1982 James Q. Wilson e George Kelling proposero la teoria delle «finestre rotte»: i segni di disordine lasciati senza risposta incoraggerebbero altri comportamenti scorretti. La teoria è stata molto discussa, soprattutto per le politiche di polizia aggressive che ne sono derivate in alcune città. Ma alcuni esperimenti hanno confermato il meccanismo di base: nel 2008 Kees Keizer, Siegwart Lindenberg e Linda Steg pubblicarono su Science sei esperimenti sul campo nei Paesi Bassi in cui i segni di disordine (graffiti, rifiuti, biciclette legate dove era vietato) aumentavano la probabilità che i passanti violassero altre norme. Per un piccolo comune la lezione è semplice e non repressiva: curare i luoghi, riparare in fretta, coinvolgere i residenti con i patti di collaborazione (capitolo 14).

L’incontro tra persone diverse (prova forte). Nei piccoli paesi vivono sempre più persone arrivate da altri Paesi: lavoratori dell’agricoltura e dell’assistenza familiare, famiglie che hanno trovato casa dove costava meno. La diffidenza reciproca è comprensibile, e si riduce in un modo che la ricerca conosce bene. Nel 1954 lo psicologo Gordon Allport formulò l’ipotesi del contatto: il pregiudizio tra gruppi diminuisce quando le persone si incontrano in condizioni di parità, con obiettivi comuni e il sostegno delle istituzioni. Nel 2006 Thomas Pettigrew e Linda Tropp pubblicarono una meta-analisi di 515 studi che confermò in modo ampio che il contatto tra gruppi è associato a una riduzione del pregiudizio. Per un comune significa: scuola, sport, feste, volontariato, patti di collaborazione in cui residenti di lunga data e nuovi arrivati fanno qualcosa insieme.

La mediazione dei conflitti (prova debole o moderata, secondo i contesti). In un piccolo paese molti conflitti sono tra vicini: confini, rumori, animali, parcheggi. Un servizio di mediazione, anche condiviso con altri comuni o affidato a volontari formati, può evitare che una lite diventi una faida.

O — Le opportunità

La sicurezza di un piccolo paese è il sottoprodotto di una comunità viva. Ogni progetto degli altri capitoli — il negozio che resta aperto, il pedibus, la telefonata del martedì, lo sportello digitale, il patto per l’aiuola — aggiunge occhi sulla strada. I patti per la sicurezza urbana con la prefettura aprono la possibilità di coordinare le risorse dello Stato con quelle del comune. E i nuovi residenti, se coinvolti, sono una risorsa: braccia per il volontariato, bambini per la scuola, famiglie per le case vuote.

Gli indicatori suggeriti

Indicatore Tipo Fonte
Reati denunciati contro persone e abitazioni Risultato Carabinieri, prefettura
Residenti che si sentono sicuri a camminare soli la sera Qualità percepita Questionario annuale
Punti luce efficienti nelle aree segnalate come buie Prodotto Ufficio tecnico
Tempo medio di ripristino dopo una segnalazione di degrado Prodotto Registro delle segnalazioni
Residenti di origine straniera coinvolti in attività del paese Risultato Associazioni, scuola, comune
Conflitti tra vicini gestiti con la mediazione Prodotto Servizio di mediazione

Valdiporto: le luci della frazione

Nel terzo anno di mandato una serie di furti nelle case della frazione sul fiume scatenò la paura. Sui gruppi del paese si chiedevano telecamere ovunque e ronde notturne.

L’amministrazione di Anna chiese prima i dati: sei furti in due mesi, contro una media di due all’anno. L’aumento era reale. Con il comandante della stazione dei carabinieri e il prefetto si organizzò un incontro pubblico. Con una passeggiata serale di quartiere si individuarono le quattro strade più buie: in due mesi furono illuminate. Nacque un gruppo di controllo del vicinato coordinato con i carabinieri, con regole scritte: si segnala, non si interviene. Due telecamere furono installate all’ingresso della frazione, l’unica strada di accesso, con le procedure previste per la protezione dei dati.

I furti, nei dodici mesi successivi, furono due. Anna non disse che era merito delle luci: disse che i furti erano tornati alla media, e che la quota di residenti della frazione che si sentiva sicura la sera era passata, nel questionario, dal 52 al 70 per cento. «La seconda cifra», aggiunse, «è quella su cui abbiamo lavorato di più.»

Gli errori da evitare

Le telecamere come risposta a tutto. Costano, invecchiano, e da sole cambiano poco.

L’ordinanza simbolica. Un divieto che nessuno farà rispettare comunica impotenza, non sicurezza.

La caccia al colpevole. Indicare un gruppo di persone come responsabile del disagio del paese spacca la comunità e quasi mai risolve il problema. È la casella dello stupido del quadrato di Cipolla.

Scheda riepilogativa — Capitolo 23

I concetti chiave

La sicurezza si misura con i reati, la paura chiedendo alle persone: vanno curate entrambe. La sicurezza nasce dagli «occhi sulla strada» di una comunità viva (Jacobs, 1961). Il comune governa illuminazione, cura dei luoghi, polizia locale, servizi; i patti per la sicurezza urbana (d.l. 14/2017) lo coordinano con lo Stato. L’illuminazione migliore è associata a meno reati (Welsh e Farrington, 2008); il controllo del vicinato ha prove moderate (Bennett, Holloway e Farrington, 2008); la videosorveglianza ha effetti modesti e dipendenti dal contesto. I segni di disordine favoriscono altre violazioni (Keizer, Lindenberg e Steg, 2008). Il contatto tra gruppi riduce il pregiudizio (Allport, 1954; Pettigrew e Tropp, 2006).

Le tue domande di verifica

1. Nel tuo comune i reati sono aumentati o è aumentata la paura? Come lo sai?
2. Quali sono i luoghi bui o trascurati del tuo paese? Chi li ha segnalati?
3. Quali occasioni hanno i residenti di lunga data e quelli nuovi di fare qualcosa insieme?
4. Quale risposta alla paura, nel tuo paese, è stata più simbolica che efficace?
5. Quale scelta sulla sicurezza ti costerebbe consenso ma sarebbe giusta? In quale casella del quadrato di Cipolla la metteresti?

Esercizio per chi amministra

Inserisci nel questionario annuale la domanda sulla sicurezza percepita e chiedi alla stazione dei carabinieri i reati degli ultimi cinque anni. Metti i due dati uno accanto all’altro per frazione. Organizza una passeggiata serale di quartiere nella frazione dove la distanza tra paura e reati è più grande.

Fine della parte — Se sei in minoranza · Se sei un cittadino

Se sei in minoranza. Scegli due settori e diventa il punto di riferimento del consiglio su quelli: conosci i dati, le prove, le esperienze dei comuni vicini. Chiedi che gli indicatori di settore entrino nel cruscotto pubblico. Segnala gli interventi che si appoggiano solo su prove deboli e chiedi un pilota prima dell’estensione.

Se sei un cittadino. Ogni capitolo di questa parte ha una domanda della diagnosi che puoi fare anche tu: quanti anziani soli nella tua via, quanti bambini vanno a scuola altrove, quante case vuote. Portala a un’associazione, a un consigliere, all’assemblea.


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