Capitolo 20 — Ambiente, territorio ed energia

Il Comune che funziona bene — Marco Costanzo · sezione 25 di 46 · Parte quarta — IL PROGRAMMA PER AMBITI: manuale dei settori del comune

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«Una cosa è giusta quando tende a preservare l’integrità, la stabilità e la bellezza della comunità biotica. È sbagliata quando tende altrimenti.»
— Aldo Leopold, A Sand County Almanac (1949), saggio «The Land Ethic»

Che cosa imparerai

In questo capitolo imparerai a scrivere la parte ambientale del programma partendo dal rischio, non dagli slogan. Conoscerai i dati sul dissesto idrogeologico e sul consumo di suolo, il ruolo del comune nella prevenzione, le comunità energetiche rinnovabili con le loro opportunità e le loro trappole, e il modo di affrontare rifiuti ed edifici pubblici con indicatori onesti.

Il territorio come prima infrastruttura

Nei programmi elettorali l’ambiente compare spesso come «valorizzazione», «decoro», «green». Nei piccoli comuni italiani, però, l’ambiente è prima di tutto una questione di sicurezza.

Secondo il rapporto dell’ISPRA sul dissesto idrogeologico in Italia (edizione 2024, presentata nel luglio 2025), il 94,5 per cento dei comuni italiani è esposto a rischio di frane, alluvioni, erosione costiera o valanghe. Ogni anno, inoltre, l’ISPRA misura il consumo di suolo, cioè la trasformazione di terreni agricoli e naturali in superfici artificiali: un processo che riduce la capacità del territorio di assorbire l’acqua e che è quasi irreversibile.

In un piccolo paese il territorio è la prima infrastruttura. Se il torrente esce dagli argini, se la strada franata isola la frazione, nessun altro progetto del mandato conta più.

A — L’aspirazione: un territorio sicuro, curato, che produce valore

Entro dieci anni, a [Comune] nessuna famiglia vive in un’area a rischio elevato senza saperlo e senza un piano per proteggersi; il suolo consumato non aumenta; gli edifici pubblici consumano meno energia; e una parte dell’energia del paese è prodotta e condivisa qui. Lo vogliamo perché il territorio che abbiamo ricevuto deve arrivare intero a chi verrà dopo.

È il principio di responsabilità di Jonas (capitolo 4) e l’etica della terra di Aldo Leopold, il forestale americano che nel 1949 chiedeva di giudicare le azioni umane anche dai loro effetti sulla comunità di suolo, acqua, piante e animali di cui facciamo parte.

P — Il problema: rischio, suolo, energia, rifiuti

La diagnosi del rischio. Le mappe di pericolosità e di rischio del portale nazionale dell’ISPRA, i piani di bacino, il piano comunale di protezione civile (capitolo 25), la classificazione sismica: tutto è consultabile. La domanda da fare è semplice: quante persone, quanti edifici, quali scuole e quali strade sono in aree a rischio elevato?

Le tre zone. Scelta: la pianificazione urbanistica e i titoli edilizi; la manutenzione del territorio di competenza comunale; la gestione degli edifici e dell’illuminazione pubblica; il verde; la raccolta dei rifiuti, spesso in forma associata; l’informazione ai cittadini. Influenza: le grandi opere di difesa del suolo, la gestione dei corsi d’acqua principali, i piani di bacino, i fondi regionali e statali. Destino: il clima che cambia, con piogge più intense e periodi di siccità più lunghi.

P — I progetti e le prove

Non costruire dove non si deve (prova forte sul principio, legata alla fisica del territorio). È il progetto più economico e più efficace: non autorizzare nuove costruzioni nelle aree a rischio, non impermeabilizzare dove l’acqua deve scorrere, privilegiare il recupero dell’esistente. È anche, spesso, il più impopolare: è la casella dello «sprovveduto» del quadrato di Cipolla (capitolo 4), che va spiegata con i dati e le mappe.

La manutenzione ordinaria del reticolo minore e dei versanti (prova debole in letteratura sul singolo intervento; logica forte). Pulizia di fossi, tombini, canali di scolo, piccoli interventi sui versanti. Costa poco rispetto ai danni che previene e si presta ai patti di collaborazione con agricoltori e associazioni (capitolo 14), nei limiti delle competenze e della sicurezza.

Le comunità energetiche rinnovabili (prova moderata sui meccanismi economici; esperienze in crescita). Una comunità energetica rinnovabile (CER) è un soggetto giuridico che riunisce cittadini, piccole imprese, enti locali e altri soggetti per produrre energia da fonti rinnovabili e condividerla. In Italia è regolata dal decreto legislativo 8 novembre 2021, n. 199, e dal decreto del Ministero dell’ambiente e della sicurezza energetica 7 dicembre 2023, n. 414, che prevede una tariffa incentivante sull’energia condivisa per vent’anni. Per i comuni più piccoli il PNRR ha previsto anche un contributo a fondo perduto fino al 40 per cento dei costi degli impianti, inizialmente riservato ai comuni sotto i 5.000 abitanti ed esteso a quelli sotto i 50.000 dal decreto ministeriale 16 maggio 2025, con lavori che dovevano concludersi entro il 30 giugno 2026: alla data di questa versione quella finestra è chiusa. [Le finestre del PNRR sono legate a scadenze ormai trascorse o molto vicine: verificare sul sito del GSE gli strumenti disponibili alla data in cui si scrive il programma.]

Per un piccolo comune la CER può essere un’opportunità vera: tetti pubblici che producono energia, famiglie che risparmiano, una parte dei benefici destinata alle famiglie in povertà energetica. Ma ha tre trappole: la complessità giuridica e tecnica, che richiede competenze che il comune spesso non ha; la dipendenza da un unico operatore esterno, che può trasformare la comunità in un affare di pochi; e la promessa di risparmi stimati con ottimismo. Valgono la classe di riferimento e il pre-mortem del capitolo 11: chiedere ai comuni che hanno già una CER attiva quanto hanno risparmiato davvero, e in quanto tempo.

L’efficienza degli edifici pubblici (prova moderata–forte sui risparmi degli interventi ben progettati). Diagnosi energetica degli edifici, sostituzione dell’illuminazione, isolamento, impianti più efficienti. Esistono strumenti di incentivo nazionali, come il Conto termico gestito dal GSE. Si misura con un indicatore semplicissimo: le bollette.

I rifiuti (prova moderata su alcuni strumenti, prevalentemente da studi osservazionali). La raccolta porta a porta e la tariffa puntuale, in cui si paga in proporzione ai rifiuti indifferenziati prodotti, sono associate in molti comuni a una maggiore raccolta differenziata e a una minore produzione di rifiuti indifferenziati. Si tratta per lo più di confronti tra comuni diversi, non di esperimenti: il contesto conta. Ricorda la legge di Goodhart (capitolo 3): accanto alla percentuale di differenziata va sempre misurata la quantità totale di rifiuti per abitante.

O — Le opportunità

Il territorio, curato, produce valore: paesaggio, turismo lento, agricoltura di qualità, energia. Le aree agricole abbandonate possono tornare produttive con la collaborazione di giovani agricoltori; i sentieri e le vecchie mulattiere possono diventare rete escursionistica e insieme presidio contro gli incendi; gli edifici pubblici efficienti liberano risorse correnti. E molti fondi regionali, statali ed europei sono dedicati proprio alla prevenzione del rischio e alla transizione energetica: il cassetto dei progetti è lo strumento per non perderli.

Gli indicatori suggeriti

Indicatore Tipo Fonte
Residenti e edifici in aree a rischio elevato, e famiglie informate Contesto / Prodotto ISPRA, piano di protezione civile
Suolo consumato nell’anno Risultato Rapporto annuale ISPRA
Interventi di manutenzione ordinaria eseguiti sul reticolo minore Prodotto Ufficio tecnico
Consumi energetici degli edifici comunali Risultato Bollette
Energia rinnovabile prodotta e condivisa nel territorio Risultato CER, GSE
Raccolta differenziata e rifiuti totali per abitante Risultato Catasto rifiuti ISPRA, gestore

Se il tuo comune cresce

Nei comuni in espansione il rischio ambientale principale è spesso il consumo di suolo: nuove lottizzazioni, capannoni, parcheggi. Qui il progetto più efficace è lo stesso dei comuni in declino — non costruire dove non si deve — ma la pressione è opposta, e la casella dello «sprovveduto» del quadrato di Cipolla ancora più scomoda. Il rapporto annuale dell’ISPRA sul consumo di suolo permette di confrontare il proprio comune con quelli vicini: è il dato da portare in consiglio prima di ogni variante urbanistica.

Valdiporto: il torrente, e il tetto che restò vuoto

La diagnosi di Valdiporto aveva segnalato una ventina di abitazioni della frazione sul fiume in area a rischio di alluvione. Nessuno dei residenti lo sapeva con precisione. Il primo progetto ambientale dell’amministrazione di Anna non costò quasi nulla: un incontro casa per casa con la protezione civile, una pagina con le aree di attesa e le istruzioni, l’iscrizione delle famiglie al sistema di allerta.

Il secondo progetto fu più ambizioso, e fallì. Era un impianto fotovoltaico sul tetto della scuola, dentro una comunità energetica con due comuni vicini. La giunta fece la classe di riferimento, visitò due comunità già attive e scrisse nel programma un obiettivo prudente. Fece anche il pre-mortem, che segnalò un rischio preciso: la dipendenza da un unico operatore esterno. La contromisura scritta era chiara: un contratto con clausole di uscita e un tecnico indipendente che verificasse i conti.

Poi arrivò un operatore privato che si offriva di occuparsi di tutto — progettazione, pratiche, gestione — e la scadenza del contributo si avvicinava. Per non perderla, la contromisura fu rimandata. Dopo otto mesi l’operatore si ritirò; uno dei due comuni partner cambiò amministrazione e uscì; i lavori non partirono in tempo e il contributo fu perso. Il comune aveva speso 38.000 euro tra progettazione e consulenze.

Il prezzo politico fu alto. L’assessore all’ambiente, che aveva sostenuto il progetto con più forza, si dimise. Un consigliere di maggioranza passò al gruppo misto. E in consiglio la maggioranza perse, per un voto, la delibera sul nuovo regolamento per l’energia. Nel questionario di quell’anno la fiducia nell’amministrazione scese di otto punti.

Anna lo raccontò nella rendicontazione pubblica, con la cifra spesa e la contromisura saltata: «Avevamo fatto il pre-mortem, e poi non lo abbiamo ascoltato. È l’errore peggiore: sapere e non fare. La responsabilità politica è mia.» Nel cassetto dei progetti la comunità energetica tornò al primo livello, l’idea, con una nota scritta a mano: nessuna scadenza vale una contromisura saltata.

Gli errori da evitare

L’ambiente come arredo. Panchine, fioriere e aiuole sono belle, ma non sono una politica ambientale se nel frattempo si costruisce in area a rischio.

Il fotovoltaico come bandiera. Un impianto mal progettato, senza un soggetto che gestisca la comunità energetica, è una foto sul giornale e un problema per il bilancio.

Inseguire la percentuale. Una raccolta differenziata altissima con rifiuti totali in crescita non è un successo.

Scheda riepilogativa — Capitolo 20

I concetti chiave

Nei piccoli comuni l’ambiente è prima di tutto sicurezza: il 94,5 per cento dei comuni italiani è esposto a rischio idrogeologico o di erosione costiera (ISPRA, rapporto 2024). L’aspirazione segue l’etica della terra di Leopold (1949) e il principio di responsabilità di Jonas. Il progetto più efficace e meno costoso è non costruire dove non si deve. Le comunità energetiche rinnovabili (d.lgs. 199/2021; DM 414/2023) sono un’opportunità con tre trappole: complessità, dipendenza da un operatore, risparmi stimati con ottimismo. L’efficienza degli edifici pubblici si misura con le bollette. Per i rifiuti, accanto alla percentuale di differenziata si misura la quantità totale per abitante.

Le tue domande di verifica

1. Quante famiglie del tuo comune vivono in aree a rischio elevato? Lo sanno?
2. Quanto suolo ha consumato il tuo comune negli ultimi cinque anni?
3. Quali comuni vicini hanno una comunità energetica attiva? Quali risultati reali hanno ottenuto?
4. Quanto spende il tuo comune ogni anno per l’energia dei propri edifici?
5. Quale contromisura di un pre-mortem saresti tentato di saltare per non perdere un bando? Che cosa rischieresti?

Esercizio per chi amministra

Scarica dal portale nazionale dell’ISPRA le mappe di rischio del tuo comune e sovrapponile alla mappa delle frazioni. Conta abitazioni, scuole e strade in aree a rischio elevato. Scrivi un obiettivo APPO per l’informazione alle famiglie esposte, con un indicatore e una data.


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