Il Comune che funziona bene — Marco Costanzo · sezione 18 di 46 · Parte terza — PROGETTO: il programma
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«L’uomo è per natura un animale politico.»
— Aristotele, Politica, libro I, 1253a
Che cosa imparerai
In questo capitolo scoprirai tre strumenti con cui un piccolo comune può progettare insieme ai cittadini: il bilancio partecipativo, l’amministrazione condivisa dei beni comuni e la co-programmazione con il Terzo settore. Conoscerai che cosa dice la ricerca sul bilancio partecipativo, il principio costituzionale di sussidiarietà orizzontale, i patti di collaborazione, e le regole per far funzionare questi strumenti in un paese di poche migliaia di abitanti senza trasformarli in propaganda.
Il paese come risorsa
Un piccolo comune ha pochi soldi, pochi dipendenti e molto territorio. Ma ha una risorsa che le grandi città spesso hanno perso: persone che si conoscono, che sanno fare cose, che hanno tempo, che amano il luogo in cui vivono.
Vale la pena ricordare il lavoro di Elinor Ostrom, prima donna a ricevere il premio Nobel per l’economia nel 2009. Nel libro Governing the Commons (1990) mostrò, studiando comunità di tutto il mondo, che le persone sono capaci di gestire risorse comuni in modo sostenibile per secoli, quando possono darsi regole, comunicare e controllarsi a vicenda.
Un piccolo paese è esattamente il luogo in cui l’intuizione di Ostrom può diventare politica pubblica.
Il bilancio partecipativo
Il bilancio partecipativo nasce a Porto Alegre, in Brasile, nel 1989: l’amministrazione cittadina decise di affidare a un processo di assemblee di quartiere la scelta di una parte degli investimenti. L’esperienza si diffuse in tutto il mondo. In Italia una delle prime e più citate esperienze è quella di Grottammare, nelle Marche, avviata negli anni Novanta.
Che cosa dice la ricerca? Due studi pubblicati nel 2014 sui comuni brasiliani hanno trovato un’associazione interessante. Sónia Gonçalves, su World Development, osservò che i comuni che adottavano il bilancio partecipativo destinavano una quota maggiore della spesa a servizi come sanità e igiene, e registravano una mortalità infantile più bassa. Michael Touchton e Brian Wampler, su Comparative Political Studies, trovarono che la presenza prolungata del bilancio partecipativo era associata a maggiore spesa sanitaria e a una mortalità infantile più bassa.
Attenzione a leggere bene questi risultati, come ci insegna il metodo: sono studi osservazionali, non esperimenti. I comuni che scelgono il bilancio partecipativo potrebbero essere diversi dagli altri anche per altre ragioni. Ma indicano una direzione plausibile: quando i cittadini decidono una parte della spesa, la spesa tende a spostarsi verso i bisogni di base.
Il bilancio partecipativo in un piccolo comune
In un paese di duemila abitanti il bilancio partecipativo non ha bisogno di assemblee di quartiere: ha bisogno di regole chiare. Il metodo APPO ne propone sei.
Una cifra certa, scritta nel bilancio prima di cominciare. Anche piccola: diecimila, trentamila euro l’anno. Meglio poco e garantito che tanto e promesso.
Un perimetro chiaro: quali tipi di progetti sono ammessi (investimenti su beni comunali, piccole opere, attrezzature), quali no.
Proposte dai cittadini, singoli o gruppi, con una scheda semplice: problema, idea, luogo, costo stimato.
Una verifica tecnica pubblica da parte degli uffici: fattibilità, costi reali, costi di gestione. Le proposte escluse ricevono una spiegazione scritta.
Un voto aperto a tutti i residenti, compresi i ragazzi dai sedici anni e i residenti stranieri, se il regolamento lo prevede.
La realizzazione entro un anno, con un cartello sul luogo che dice: «Questo progetto è stato scelto dai cittadini di Valdiporto nel bilancio partecipativo».
L’ultima regola è la più importante. Un bilancio partecipativo i cui progetti restano sulla carta distrugge fiducia più di quanta ne abbia creata. Sulla scala di Arnstein, questo strumento sta in alto, sulla delega di potere: deve essere vero.
L’amministrazione condivisa dei beni comuni
Dal 2001 la Costituzione italiana, all’ultimo comma dell’articolo 118, stabilisce che Stato, Regioni, Città metropolitane, Province e Comuni favoriscono l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà. È la sussidiarietà orizzontale.
Su questo principio sono nati in molti comuni italiani i regolamenti per l’amministrazione condivisa dei beni comuni, a partire dall’esperienza di Bologna nel 2014, con il contributo del laboratorio Labsus. Il regolamento permette al comune di firmare con cittadini, gruppi informali e associazioni dei patti di collaborazione: accordi semplici in cui si stabilisce chi si prende cura di che cosa, con quali strumenti, per quanto tempo.
Un’aiuola, un sentiero, una biblioteca di quartiere, un campetto, un lavatoio storico, una piccola spiaggia, la pulizia di un argine. In un piccolo paese i beni comuni sono moltissimi, e il comune non ha le forze per curarli tutti. I patti trasformano la lamentela («il comune non fa niente») in collaborazione («ce ne occupiamo noi, il comune ci dà gli attrezzi e l’assicurazione»).
Tre avvertenze. Il patto non sostituisce il lavoro che spetta al comune o ai lavoratori: lo affianca. Il patto non è un modo per scaricare responsabilità: il comune resta garante. E il patto deve essere aperto: nessun gruppo può appropriarsi di un bene comune escludendo gli altri.
La co-programmazione con il Terzo settore
Il Codice del Terzo settore (d.lgs. 117/2017), all’articolo 55, prevede che le amministrazioni pubbliche coinvolgano attivamente gli enti del Terzo settore attraverso forme di co-programmazione e co-progettazione nelle attività di interesse generale. La Corte costituzionale, con la sentenza 131 del 2020, ha riconosciuto in questo strumento un’espressione del principio di sussidiarietà, distinta dalla logica del mercato.
Per un piccolo comune significa una cosa molto concreta: invece di decidere da solo un servizio sociale e poi cercare chi lo esegua, può sedersi allo stesso tavolo con le associazioni, le cooperative sociali, il volontariato, e costruire insieme la lettura dei bisogni e le risposte. Il trasporto sociale di Valdiporto è nato così: con l’associazione di volontariato che aveva l’auto, i volontari e la conoscenza delle famiglie.
Le regole di Ostrom per i progetti condivisi
I principi che Ostrom individuò nelle comunità capaci di gestire beni comuni sono un’ottima lista di controllo per ogni progetto condiviso.
Confini chiari: chi partecipa e a che cosa.
Regole adatte al luogo: niente regolamenti copiati da una grande città senza adattarli.
Partecipazione alle regole: chi è coinvolto contribuisce a scriverle.
Controllo reciproco: si sa chi fa che cosa, e si verifica insieme.
Richiami graduati: chi non rispetta un patto riceve prima un richiamo gentile, poi un colloquio.
Conflitti risolti in fretta: un disaccordo non si lascia covare per mesi.
Riconoscimento: il comune riconosce formalmente il diritto della comunità di organizzarsi.
Scheda riepilogativa — Capitolo 14
I concetti chiave
Le persone di un piccolo paese sono una risorsa per governarlo, come mostrano gli studi di Ostrom sui beni comuni (1990). Il bilancio partecipativo, nato a Porto Alegre nel 1989 e sperimentato in Italia a partire da Grottammare, è associato in studi osservazionali a una spesa più orientata ai bisogni di base e a minore mortalità infantile (Gonçalves, 2014; Touchton e Wampler, 2014). In un piccolo comune funziona con sei regole: cifra certa, perimetro chiaro, proposte, verifica pubblica, voto aperto, realizzazione entro un anno. L’art. 118 della Costituzione fonda l’amministrazione condivisa dei beni comuni e i patti di collaborazione. L’art. 55 del Codice del Terzo settore e la sentenza 131/2020 della Corte costituzionale fondano la co-programmazione e la co-progettazione.
Le tue domande di verifica
1. Quali beni comuni del tuo paese potrebbero essere curati con un patto di collaborazione?
2. Quale cifra potrebbe destinare il tuo comune a un bilancio partecipativo, senza promettere ciò che non può mantenere?
3. Quali servizi del tuo comune potrebbero essere co-progettati con il Terzo settore?
4. Perché gli studi sul bilancio partecipativo vanno letti con prudenza? Che cosa ci dicono comunque?
Esercizio per chi amministra
Fai l’inventario dei beni comuni del tuo paese: almeno dieci, con lo stato in cui si trovano e il nome di un gruppo o di un’associazione che potrebbe prendersene cura. Scegline uno e scrivi la bozza di un patto di collaborazione in una pagina: chi, che cosa, con quali strumenti, per quanto tempo, come si verifica.
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