Il Comune che funziona bene — Marco Costanzo · sezione 22 di 46 · Parte quarta — IL PROGRAMMA PER AMBITI: manuale dei settori del comune
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«La scuola ha un problema solo. I ragazzi che perde.»
— Scuola di Barbiana (don Lorenzo Milani e i suoi allievi), Lettera a una professoressa (1967), parte prima
Che cosa imparerai
In questo capitolo imparerai a scrivere la parte del programma dedicata ai bambini, alla scuola e ai giovani. Scoprirai che cosa compete al comune e che cosa allo Stato e alla Regione, che cosa dice la ricerca sulle pluriclassi e sui servizi per la prima infanzia, perché la scuola di un piccolo paese è molto più di un edificio, e come dare ai giovani un ruolo reale invece di una consulta di facciata.
L’ultima classe
In molti piccoli paesi c’è una data che tutti ricordano: il giorno in cui chiuse la scuola. Da quel giorno le famiglie con bambini piccoli hanno cominciato a fare i conti: un’ora di pulmino al giorno, la mattina presto, il pomeriggio tardi. Alcune hanno resistito. Altre si sono trasferite nel paese dove c’era la scuola.
La scuola, in un piccolo comune, non è solo un servizio educativo. È il luogo in cui le giovani famiglie si incontrano, la ragione per cui un nuovo residente sceglie di restare, uno degli ultimi presidi pubblici del paese. Per questo ogni programma APPO dedica a questo settore un’attenzione particolare. E per questo deve essere particolarmente onesto su ciò che può e non può promettere.
A — L’aspirazione: crescere qui è una buona scelta
Entro dieci anni, una famiglia giovane che sceglie [Comune] trova un servizio per la prima infanzia raggiungibile, una scuola di qualità con tempo pieno e mensa, un trasporto sicuro, e per i ragazzi più grandi luoghi, connessione e occasioni per restare. Lo vogliamo perché crescere qui sia una scelta, non una rinuncia.
La frase di Barbiana in apertura indica la direzione etica. Un sistema educativo si giudica da chi perde per strada: il ragazzo che abbandona, la bambina con disabilità senza assistente, la famiglia che non riesce a pagare la mensa. È la responsabilità verso i più deboli del capitolo 4, applicata alla scuola.
P — Il problema: numeri piccoli, decisioni lontane
Chi decide che cosa. In questo settore le tre zone sono molto intrecciate.
Zona della scelta del comune: gli edifici delle scuole dell’infanzia, primarie e secondarie di primo grado (la legge 11 gennaio 1996, n. 23, affida ai comuni l’edilizia di questi gradi, alle province quella delle superiori); la mensa; il trasporto scolastico; l’assistenza per l’autonomia e la comunicazione degli alunni con disabilità nei gradi di competenza; i servizi educativi per la prima infanzia; i servizi e gli spazi per i giovani.
Zona dell’influenza: l’organizzazione delle scuole, il numero delle classi, il dimensionamento degli istituti, la presenza delle pluriclassi. Decidono lo Stato, l’Ufficio scolastico regionale e la Regione, con il dirigente scolastico. Il comune può offrire servizi che rendono la scuola più attrattiva, allearsi con i comuni vicini, presentare dati.
Zona del destino: il calo delle nascite. Si può rallentare la fuga delle famiglie; non si possono inventare bambini.
Le domande della diagnosi. Quanti nati negli ultimi cinque anni, e quindi quanti iscritti attesi? Dove vanno a scuola i bambini del paese, e quanti vanno altrove pur potendo restare? Perché? Quanti posti per la prima infanzia sono raggiungibili? Quante famiglie usano il trasporto e la mensa, e quanto pagano? Dove passano il tempo i ragazzi tra i 14 e i 25 anni? Quanti di loro, dopo le superiori, restano?
P — I progetti e le prove
Non avere paura della pluriclasse (prova moderata–forte). Molte famiglie, e molti amministratori, considerano la pluriclasse una scuola di serie B. La ricerca dice altro. Una sintesi delle prove pubblicata da Simon Veenman sulla Review of Educational Research nel 1995 non trovò differenze apprezzabili negli apprendimenti tra alunni delle classi miste per età e delle classi tradizionali. Conta la qualità dell’insegnamento, non la composizione della classe. Un programma APPO può presentare la pluriclasse come una scuola piccola e di qualità, e investire perché lo sia davvero: materiali, tecnologie, laboratori, collaborazione con altre scuole piccole.
I servizi per la prima infanzia (prova forte sui benefici dei programmi di qualità; trasferibilità da verificare). James Heckman, premio Nobel per l’economia nel 2000, ha dedicato molti studi al ritorno degli investimenti nella prima infanzia. Analizzando il programma prescolare Perry del Michigan, Heckman e colleghi stimarono un rendimento sociale annuo tra il 7 e il 10 per cento (Journal of Public Economics, 2010). Attenzione: il programma Perry riguardava bambini svantaggiati negli Stati Uniti degli anni Sessanta, con un intervento molto intensivo. Ma la lezione generale è stata confermata da molti studi: servizi educativi di qualità nei primi anni contano molto, soprattutto per i bambini delle famiglie più fragili. In Italia, Ylenia Brilli, Daniela Del Boca e Chiara Pronzato (Review of Economics of the Household, 2016) hanno trovato che una maggiore disponibilità di nidi pubblici era associata a una più alta occupazione delle madri e a migliori punteggi dei bambini nelle prove di lingua, con effetti più forti per le famiglie con minore istruzione e nelle aree a reddito più basso.
In Italia la legge di bilancio per il 2022 (legge 30 dicembre 2021, n. 234, art. 1, comma 172) ha fissato un livello essenziale delle prestazioni: posti nei servizi educativi per il 33 per cento dei bambini tra i 3 e i 36 mesi, da raggiungere progressivamente entro il 2027, anche con risorse dedicate del Fondo di solidarietà comunale. Un piccolo comune da solo difficilmente può aprire un nido. Ma può farlo in forma associata con i comuni vicini, sostenere una sezione primavera nella scuola dell’infanzia, o favorire servizi educativi domiciliari dove la normativa regionale li prevede. [Verificare le regole regionali sui servizi per la prima infanzia.]
Trasporto, mensa e tempo pieno come politica di residenza (prova debole o assente sugli effetti demografici; forte sul bisogno espresso dalle famiglie). Per una famiglia in cui entrambi i genitori lavorano, l’orario della scuola, la mensa e il trasporto decidono tutto. Allineare questi tre servizi è una delle cose più concrete che un comune possa fare, e richiede soprattutto coordinamento con il dirigente scolastico.
Il patto educativo di comunità (prova debole o assente; strumento promosso a livello nazionale). Dal 2020 i documenti di programmazione del Ministero dell’istruzione hanno promosso i patti educativi di comunità: accordi tra scuola, comune, associazioni e famiglie per mettere a disposizione spazi, competenze e attività. In un piccolo paese il patto permette di trasformare la biblioteca, la palestra, il museo, la sede di un’associazione in aule diffuse.
I giovani come protagonisti (prova debole o assente sugli esiti; coerente con le ricerche sulla partecipazione). Il consiglio comunale dei ragazzi funziona quando ha un piccolo budget reale e decide davvero, come nel bilancio partecipativo del capitolo 14. Funziona male quando è una cerimonia. Per i ragazzi più grandi contano luoghi in cui stare, una connessione decente, e soprattutto occasioni vere: il Servizio civile universale (decreto legislativo 6 marzo 2017, n. 40) permette agli enti accreditati, o associati a enti accreditati, di accogliere giovani in progetti di utilità sociale per un anno, con un assegno mensile. Per un piccolo comune è una delle opportunità più sottovalutate.
O — Le opportunità
Le scuole piccole possono fare rete con altre scuole piccole, anche a distanza: esistono movimenti nazionali dedicati alle piccole scuole. Le università cercano territori per tirocini, tesi, laboratori. Gli emigrati del paese possono raccontare ai ragazzi il proprio mestiere. E i fondi per l’edilizia scolastica, per i servizi per l’infanzia e per i giovani si presentano con regolarità: il cassetto dei progetti del capitolo 24 serve proprio a non arrivare impreparati.
Gli indicatori suggeriti
| Indicatore | Tipo | Fonte |
|---|---|---|
| Iscritti alla scuola primaria e proiezione a cinque anni | Contesto | Istituto comprensivo, anagrafe |
| Bambini del paese iscritti altrove pur avendo la scuola in paese | Risultato | Istituto comprensivo, famiglie |
| Posti nei servizi educativi 0–3 raggiungibili ogni 100 bambini | Prodotto | Comune, ambito, Regione |
| Famiglie soddisfatte di orari, mensa e trasporto | Qualità percepita | Questionario annuale alle famiglie |
| Ragazzi coinvolti in progetti con budget reale | Prodotto | Comune |
| Giovani in Servizio civile nel territorio | Prodotto | Comune, enti accreditati |
Valdiporto: la scuola che non chiude
La diagnosi di Valdiporto prevedeva che la primaria sarebbe scesa da 74 a circa 60 iscritti. Anna sapeva che non poteva promettere di tenere aperta la scuola: la decisione non spettava al comune. Promise un’altra cosa: «Faremo tutto ciò che dipende da noi perché le famiglie scelgano la nostra scuola.»
Con la dirigente scolastica allinearono gli orari del pulmino al tempo pieno, portarono la mensa a cinque giorni, aprirono la biblioteca comunale come aula pomeridiana con un patto educativo di comunità. Dodici bambini del paese, che erano iscritti in un comune vicino, tornarono nel giro di due anni. Gli iscritti scesero comunque, a 66: meno del previsto, ma non abbastanza da fermare la tendenza. Anna lo disse in piazza, con i due numeri accanto. E aggiunse una cautela: dodici bambini sono un numero piccolo, e nessuno poteva sapere quanti sarebbero tornati comunque (capitolo 10).
Gli errori da evitare
Promettere ciò che decide un altro. «La scuola non chiuderà» non è una promessa che un comune può mantenere da solo.
La scuola nuova senza bambini. Un edificio nuovo e sovradimensionato, costruito con un contributo, in un paese dove le nascite calano, è un costo per vent’anni.
Il centro giovani senza giovani. Spazi aperti senza averli progettati con i ragazzi restano vuoti. Prima si ascoltano i ragazzi (capitolo 2), poi si decide lo spazio.
La consulta di facciata. Chiedere un parere ai giovani e poi ignorarlo è il modo più rapido per insegnare loro che la politica non li riguarda.
Scheda riepilogativa — Capitolo 17
I concetti chiave
La scuola di un piccolo paese è un presidio di comunità, non solo un servizio. Il comune governa edifici, mensa, trasporto, assistenza agli alunni con disabilità, servizi 0–3 e politiche giovanili; l’organizzazione delle scuole è zona dell’influenza. Le pluriclassi non producono apprendimenti peggiori (Veenman, 1995). I servizi di qualità per la prima infanzia hanno rendimenti alti, soprattutto per i bambini fragili (Heckman e colleghi, 2010); il livello essenziale nazionale è il 33 per cento di posti per i bambini da 3 a 36 mesi (legge 234/2021). Trasporto, mensa e tempo pieno sono politiche di residenza. Patti educativi di comunità e Servizio civile universale (d.lgs. 40/2017) sono opportunità concrete.
Le tue domande di verifica
1. Quanti bambini del tuo paese vanno a scuola altrove pur avendo la scuola in paese? Perché?
2. Quali servizi scolastici dipendono dal tuo comune, e sono allineati tra loro?
3. Come racconteresti la pluriclasse alle famiglie del tuo paese, alla luce delle prove?
4. Che cosa decidono davvero, oggi, i ragazzi del tuo comune?
5. Se domani venisse annunciato l’accorpamento della tua scuola, quale sarebbe la tua prima mossa nella zona della scelta?
Esercizio per chi amministra
Incontra il dirigente scolastico e cinque famiglie con bambini piccoli. Fai a tutti la stessa domanda: «Che cosa vi farebbe scegliere con convinzione la nostra scuola?». Raccogli le risposte, separale nelle tre zone e scrivi una scheda progetto APPO per la proposta che sta nella zona della scelta e tocca più famiglie.
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